Comunichiamo che in questo mese la petizione con le 50.150 firme raccolte contro la petrolizzazione in Abruzzo. La petizione è stata inviata:
al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dello Sviluppo Economico, al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, al Presidente della Giunta RegionaleDell’Abruzzo, al Parlamento Europeo , e per conoscenza al Sottosegratario alla Presidenza del Consiglio On. Gianni Letta, al Ministro per il Turismo, ai Presidenti della Province Abruzzesi,
ai singoli Consiglieri Regionali, al Presidente della Giunta Regionale della Puglia , al Presidente della Giunta Regionale del Molise, al Presidente della Giunta Regionale delle Marche. Rigraziamo tutti coloro che, con il loro sostegno, hanno permesso il raggiungimento di questo importante risultato. Di seguito la lettera che accompagna la petizione:
Al Presidente del Consiglio dei Ministri Palazzo Chigi Piazza Colonna, 37000187 ROMA
Al Ministro dello Sviluppo Economico
Via Molise, 2
00187 ROMA
Al Ministro dell’Ambiente e della
Tutela del Territorio e del Mare
Via Cristoforo Colombo, 44
00147 ROMA
Al Presidente della Giunta Regionale
Dell’Abruzzo
Palazzo dell’Emiciclo
67100 L’AQUILA
Al Parlamento Europeo
Avenue du President R. Schuman
CS 91024, F-67070
STRASBURG CEDEX
e p. c. Al Sottosegratario alla Presidenza del
Consiglio On. Gianni Letta
Palazzo Chigi
Piazza Colonna, 370
00187 ROMA
Al Ministro per il Turismo
Via Ferratella in Laterano, 51
00184 ROMA
Ai Presidenti della Province Abruzzesi
Ai singoli Parlamentari Abruzzesi di
Camera e Senato
Ai singoli Consiglieri Regionali
Della Regione Abruzzo
Al Presidente della Giunta Regionale
Della Puglia
Lungomare Nazario Sauro, 33
70121 BARI
Al Presidente della Giunta Regionale
Del Molise
Via XXIV Maggio, 130
86100 CAMPOBASSO
Al Presidente della Giunta Regionale
Delle Marche
Via Gentile da Fabriano, 9
60122 ANCONA
L’ Associazione Nuovo Senso Civico e il Comitato Abruzzese Difesa Beni Comuni, di fronte alla deriva petrolifera che ha investito l’Abruzzo, hanno stilato una petizione, riportata nell’allegata attestazione da parte della Cancelleria del Tribunale di Lanciano – la quale certifica essere state raccolte in calce alla detta petizione 50.150 (cinquantamilacentocinquanta) firme – indirizzata, al Ministro dello Sviluppo Economico, al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, al Presidente del Consiglio, al Presidente della Regione Abruzzo, al Parlamento Europeo, nella quale si fa formale richiesta di revoca di tutti i permessi di ricerca, coltivazione e lavorazione
di idrocarburi, sull’intero territorio della regione Abruzzo e sul mare antistante le sue coste, per gravi motivi ambientali, ai sensi dell’art. 6 , comma 11 e dell’art. 9, comma 2 della Legge 9 gennaio 1991 n. 9”.
La raccolta delle firme è iniziata due anni or sono e in questa arco di tempo i membri delle menzionate due associazioni hanno fatto un’opera continua di informazione dei cittadini in occasione di feste, ricorrenze o quando se ne presentava l’opportunità, raccogliendo adesioni perfino lungo le spiagge. Questa immane fatica nasceva da una presa di coscienza del fatto che, se il terremoto abruzzese è stato certamente la sciagura più visibile, l’Abruzzo ne sta vivendo un’altra, meno clamorosa ma non per questo meno lesiva: come stabiliva la legge obiettivo del 2008, si vuole fare della nostra terra una regione mineraria petrolifera, insistendo in un progetto di petrolizzazione del 50% del nostro territorio, sui cui vive il 90% della sua popolazione!
Questa è la situazione che si evince dal Ministero dello Sviluppo Economico UNMIG a partire del 1927 e a tutto il 2010:
pozzi da idrocarburi perforati a terra 554; sterili 229; con esito sconosciuto e abbandonati 21; meno di 10 vecchi pozzi, classificati stratigrafici, abbandonati; un numero incerto, ma inferiore a 10, hanno avuto incidenti non rimediabili. Ai pozzi attivi si dovranno aggiungere, ove ottenessero la concessione, 2 pozzi a gas a Colle Sciarra, e il pozzo Miglianico, bloccato dalla proteste popolari. Per quel che riguarda i pozzi ancora da perforare in terra ferma, 30 potrebbe essere il loro numero: ciò che è certo è che ci sono 11 istanze di permesso e 3 di concessioni.
I pozzi nel mare abruzzese sono 184, di cui 21 sono risultati sterili. Resta sconosciuto il numero di pozzi in mare ancora da perforare, sulla base delle istanze presentate. I pozzi si esauriscono al massimo in 35-40 anni. Va infine segnalato che i rinnovi dei pozzi attivi in mare, concessi l’anno scorso sono poiché nessuna delle Compagnie richiedenti si è adeguata alle nuove direttive europee emesse dopo l’incidente del Golfo del Messico: tutto questo è avvenuto senza che il competente Ministero rilevasse detta illegittimità e senza
che la Regione Abruzzo facesse alcun rilievo, nonostante i suoi proclami contro le deriva petrolifera.
Va inoltre considerato che le piattaforme, che negli U.S.A. possono essere realizzate solo alla distanza di 160 Km dalle coste, in Abruzzo sono state realizzate a breve distanza da una costa bellissima e solo dopo il Decreto Prestigiacomo, divenuto legge vigente (art. 5 del D. Legislativo n. 152/2006) possono essere realizzate a non meno di 5 miglia dalla costa. Ciò nonostante, ove si verificasse nell’Adriatico, che è poco più di un lago, un incidente mille volte più piccolo di quello del Golfo del Messico, sarebbe il disastro: l’Adriatico tornerebbe come oggi solo dopo un secolo.
Orbene, il petrolio abruzzese, definito tecnicamente petrolio amaro per la sua scarsa qualità, essendo intriso di zolfo e di altri elementi che lo relegano agli ultimi posti nella graduatoria della qualità definita dall’Istituto Governativo Americano per il Petrolio, (pari a 12 su una scala da 8 a 52), con estrema difficoltà permette la produzione di benzine: in realtà da esso per lo più si può ricavare solo olio combustibile.
Per essere trasportato necessita di una prima lavorazione in loco, che può essere fatta anche su Centri Oli galleggianti (raffinerie per la desolforazione), come era previsto per Ombrina Mare (progetto di recente bocciato dal Ministero) o direttamente sulle piattaforme, immettendo nell’aria ingenti quantità di idrogeno solforato ed altri inquinanti, senza la possibilità di alcun controllo da parte delle autorità locali essendo esse off-shore.
La Medoil Gas S.p.A., per il menzionato progetto Ombrina Mare, aveva dichiarato che il centro oli galleggiante avrebbe rilasciato in atmosfera: “47 kg ora in esercizio, 50.740 kg ora in blocco DEA, 2.468 kg ora in blow-down di gas e fumi”, classificati tutti cancerogeni dall’OMS.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa i limiti di idrogeno solforato tollerabili per l’uomo in 0,005 parti per milione, gli USA in 0,001, in Italia il limite è stato fissato, con una legge di certo ispirata
dai petrolieri, a 30 parti per milione, e cioè 6.000 volte più dell’OMS, 30.000 volte più degli USA.
L’estrazione del nostro petrolio non è una necessità nazionale, poiché ad essa sono interessate piccole società straniere con scarsi o scarsissimi capitali che, non potendo partecipare alle grandi campagne di ricerca mondiali, puntano a diventare proprietarie del petrolio abruzzese in cambio di irrisorie royalties rilasciate allo Stato, precisamente del 10% di quello estratto (anzi, di quello che le Compagnie dichiarano di avere estratto) sulla terra ferma e del 4% di quello estratto in mare, e cioè le più basse del mondo, mentre negli altri paesi arrivano fino al 90% (Libia 90% – Indonesia 83% – Russia 80% ecc.). Perciò non si obietti che, la scelta antinucleare fatta dal popolo italiano, induce il Governo a rilasciare i permessi di ricerca e coltivazione del nostro petrolio. Inoltre, queste piccole società straniere non offrono alcuna garanzia di sicurezza, e quando diventano titolari di una concessione debbono chiedere in prestito a quelle più grandi le attrezzature necessarie.
In tutto l’Abruzzo l’attività petrolifera è già molto forte e, se non si riuscirà a bloccare tale deriva petrolifera, prossimamente dovrebbero entrare in funzione una quindicina di altri pozzi offshore : e tuttavia nessun Comune ha mai visto i risultati economici di questa pseudo ricchezza.
I vertici della Confindustria di Chieti parlano di una ricchezza sotto la nostra terra che non possiamo permetterci di lasciare inutilizzata: ma dimenticano di dire che essa apparterrà alle industrie che avranno le concessioni, e cioè quelle piccole società straniere che stanno brigando per ottenerle. I vertici della Confindustria teatina promettono grandi investimenti nel settore, capaci di creare migliaia di posti di lavoro. Sono assolute bugie. Nell’industria petrolifera i posti di lavoro sono sempre molto pochi, ma, al contrario, ben più numerosi sono quelli che tale tipo di industria distrugge (ad esempio nell’agricoltura e nel turismo): si veda quel che è accaduto in Basilicata, dove la Val D’Agri, un tempo famosa per i vini, è stata
devastata dall’industria petrolifera, in cui non sono stati creati nuovi posti di lavoro e in cui le royalties accumulate non sono state spese in misure compensative della rovina dell’ambiente, ma solo per colmare il pozzo senza fondo dei debiti della Regione.
Solo pochi hanno goduto e godono di vantaggi economici legati alle attività estrattive, mentre tutti gli altri abruzzesi avranno solo aria e cibo inquinati, in pratica l’anticamera per patologie tumorali. La verità è che non c’è alcun interesse della collettività a consentire l’estrazione del petrolio nella Regione Verde d’Europa, ma anzi c’è un interesse di tutta la società abruzzese a impedire questo scempio. Bisogna riaffermare una verità: l’Abruzzo ha scelto da alcuni decenni un tipo di sviluppo fondato sull’industria manifatturiera, su una agricoltura capace di immettere sul mercato prodotti d’eccellenza (come ad esempio vini che si stanno affermando a livello mondiale), su un turismo che ha grandi prospettive di sviluppo: sulla sola Costa dei Trabocchi nel 2010 l’afflusso dei turisti ha raggiunto 5.500.000 presenze e si punta a raddoppiare tale numero.
Per tali motivi la scelta è stata la preservazione dell’ambiente con la creazione dei parchi che coprono oltre il 30% del suo territorio (ed anzi altri parchi reclama, come quello della Costa Teatina, che dovrà essere attraversato da 40 km di pista ciclabile lungo la vecchia area di risulta della ferrovia), e di altre aree variamente protette.
L’Abruzzo inoltre possiede il 7% del patrimonio artistico e monumentale italiano. Per questi motivi, lasciare che queste attività estrattive continuino ed anzi vengano incrementate in tutto l’Abruzzo, una terra fatta di alte montagne e di una costa bellissima, con la sua trasformazione in distretto petrolifero, degraderebbe inesorabilmente ogni sua possibilità di sviluppo lungo le linee che si dato da decenni.
Al posto di una insensata petrolizzazione, occorre promuovere politiche di sviluppo delle energie rinnovabili, oltre che dirette ad ottenere efficienza e risparmio energetico.
Gli Abruzzesi sono decisi a fermare questo scempio, così come sono riusciti a fare i Veneti, i Piemontesi, i Toscani e i Brianzoli:
ultimamente in Brianza i Sindaci, ponendosi alla testa di un vasto movimento popolare, sono riusciti a bloccare la realizzazione di due nuovi pozzi petroliferi e dei relativi impianti connessi. In Abruzzo contro questa deriva si stanno organizzando, insieme a partiti, sindaci e presidenti di provincia, a prescindere dall’orientamento politico di ciascuno (“trasversalità” è l’idea che li ispira), associazioni, movimenti e categorie produttive, che da tempo sono sensibili alla tematica sopra citata.
Per quel che riguarda l’estrazione del gas – quello abruzzese ha le stesse caratteristiche di impurità del petrolio – va escluso che possa avvenire a breve distanza dalla costa o in Val di Sangro, ove la società americana Forest Oil, intende scavare dei pozzi per l’estrazione del gas (Colle Santo) con annessa raffineria, poco a valle della diga di Bomba: sono gli stessi pozzi che l’AGIP, inizialmente titolare della concessione, rinunciò a realizzare adducendo che la prevedibile subsidenza, in un’area geologicamente instabile perché investita da numerose frane, e ai piedi di una diga di terra, avrebbe potuto costituire un grave pericolo, scongiurabile in un solo modo: svuotando completamente il lago degli 80 milioni di metri cubi di acqua (e non 4, come ha scritto nei documenti presentati la Forest), che lo riempiono. Orbene, poiché l’abbassamento del suolo si è verificato ovunque in Italia sono state fatte estrazioni di idrocarburi, è altamente probabile che, nel nostro caso, ne possa risultare destabilizzata la diga, che ha una spalla attaccata alla roccia ma l’altra è appoggiata ad un terreno estremamente fragile e franoso. Né servono a molto i sensori che la Forest Oil promette di installare, poiché, se si verificasse un cedimento differenziale della diga e si determinassero delle infiltrazioni, come potrebbe essere smaltita quella enorme massa di acqua?
E’ appena il caso di ricordare che nel nostro Paese le tragedie sono quasi sempre annunciate e che nell’area di pianura della Val di Sangro c’ è una città diffusa in cui vivono 15 mila persone e vi sono fabbriche che danno lavoro a circa 13 mila operai.
Va poi considerato che accanto ai pozzi vi sarà una raffineria e quella valle stretta e lunga, oltre che popolosa, farà da imbuto e porterà i fumi
alternativamente, verso la montagna e verso il mare, a seconda del quotidiano alternarsi della direzione dei venti. Nel confronto tra i tecnici della Forest e la popolazione, avvenuto il 5 giugno 2011, è venuto fuori che l’unico impianto dello stesso tipo esiste solo in una zona desertica del Texas, a centinaia di chilometri dai centri abitati.
Crediamo sia superfluo spiegare che se si chiede la revoca di tutte le concessioni, A MAGGIOR RAGIONE CI SI OPPONE A NUOVE CONCESSIONI, CONTRO LE QUALI LE POPOLAZIONI ABRUZZESI LOTTANO DA OLTRE TRE ANNI, NEL CORSO DEI QUALI HA DATO VITA A GRANDIOSE MANIFESTAZIONI UNITARIE, CON ALLE TESTA I SINDACI DI OGNI PARTE POLITICA, COME QUELLA DEL 18 APRILE 2010 A S. VITO CHIETINO, QUELLA DEL 30 MAGGIO 2010 A LANCIANO (ALLA QUALE HANNO PARTECIPATO, PUR SOTTO UNA PIOGGIA BATTENTE, OLTRE 8.000 PERSONE) E QUELLA DEL 25 LUGLIO 2010 A FOSSACESIA.
Il Governo centrale e quello regionale non sottovalutino queste richieste e tengano presente che l’Abruzzo già in passato ha vinto un’analoga battaglia: nel 1971 la Sangro Chimica, una compagnia del gruppo Texaco, aveva fatto richiesta di installare in Val Di Sangro una grande raffineria di petrolio e il Governo dell’epoca si era espresso favorevolmente e per essa si era speso anche un noto ministro abruzzese. Anche allora si disse che era una necessità nazionale, benchè l’Italia raffinasse il 40% in più del petrolio che consumava (facendo questo servizio per altri Stati e perfino con i contributi della Cassa per il Mezzogiorno !). Le popolazioni lottarono per ben cinque anni ed alla fine vinsero, poiché la Compagnia petrolifera dovette prendere atto del tenace rifiuto della società abruzzese e rinunciare. Questa vittoria popolare – di cui il Dott. Gianni Letta dovrebbe conservare memoria – aprì la strada alla industrializzazione della Val di Sangro, con la venuta della Fiat, che aveva messo in chiaro di essere incompatibile con la prossimità di una raffineria.
Perciò le Autorità in indirizzo accolgano questa petizione e non spingano gli abruzzesi all’esasperazione. Sappiano che la lotta continuerà e sarà sempre più intensa fino a quando l’obiettivo non verrà raggiunto.
Si allega attestazione da parte della Cancelleria del Tribunale di Lanciano.
Lanciano, li 20 luglio 2011
Alessandro Lanci Claudio Censoni
Presidente di Presidente del Comitato Abruzzese
Nuovo Senso Civico Difesa Beni Comuni















Sabato 2 aprile 2011 alle ore 17 presso il Kursaal, si terrà la conferenza-dibattito sul tema:



