Category “Multinazionali”

Continua l’assalto alla diligenza

mercoledì, 14 luglio, 2010

Continua l’assalto dell’irlandese Petroceltic alla costa adriatica. Questa volta in maniera ancora più ambigua i petrolieri hanno pubblicato l’avviso di richiesta di pronuncia di compatibilità ambientale in Molise (l’unico annuncio su un quotidiano locale risale a un anno fa). Fatto sta che ci si è accorti di quanto stava succedendo troppo tardi per intervenire. La provincia di Chieti è riuscita ad ottenere una proroga e oggi scade anch’essa. Tutte queste informazioni le trovate approfondite sul sito della professoressa MariaRita D’Orsogna, anche questa volta a capo del coordinamento della produzione/raccolta delle osservazioni di contrarietà ai progetti.

Le nostre osservazioni le trovate qui

I progetti sono relativi alle aree  che vedete nella cartina (Fig.1) contrassegnate dalle sigle 493 BR-EL e 505 BR-EL Si tratta sempre del tratto di mare antistante la Costa dei Trabocchi, negli ultimi mesi presa d’assalto da Vega Oil, Petroceltic, Medoil, ecc.  La Petroceltic insiste nella richiesta di permessi di ricerca da effettuare con la discussa tecnica dell’air gun (la stessa , per intenderci, che sembra aver causato la morte dei delfini in Puglia lo scorso anno, come avevamo riportato in questo post) e continua a non saper/voler spiegare se, dove e con quali conseguenze andrà a trivellare i nostri fondali. Di nuovo, come già accaduto per le precedenti richieste, continua ad ignorare qual’è il percorso seguito fino ad oggi dalla comunità locale, l’economia su cui si essa si  basa e il suo modello sociale. Di nuovo, minimizza gli impatti ed è superficiale nella valutazione delle conseguenze, dimostrando di non conoscere l’Abruzzo e di non volerlo neanche conoscere.

Ci piacerebbe sapere perché un’impresuccia come la Petroceltic, senza troppa esperienza e senza solidità finanziaria, possa permettersi di minacciare tanto seriamente un modello di sviluppo consolidato. Gli oscuri collegamenti con la San Leon Energy, sollevati da L’Espresso qualche settimana fa, e quelli della San Leon con altre piccole società (come analizzato dall’articolo di Italia Oggi del 25 giugno)  tutte avviate in Italia nello stesso periodo (tra il 2005 e il 2008)  pongono inquietanti quesiti. Si tratta di casualità o c’è un vero e proprio piano a guidare quest’assalto alla diligenza? Chi e cosa si nasconde dietro questo bombardamento di pericolose richieste che sta affliggendo alcune regioni italiane? Quali intese e promesse hanno guidato le iniziative di queste compagnie?

Non avendo risposte dalla nostra Regione non speriamo certo di poter ricevere risposte dalle istituzioni nazionali e da una classe politica che sta facendo scientificamente  scempio del territorio (e non soltanto di quello).

Speriamo però nella reazione dei cittadini. Il disastro della Deepwater Horizon ha messo sotto gli occhi tutti la fine dell’era del petrolio facile. La perdita è ancora in atto e nessuno è in grado di calcolare la portata dei danni per l’ecosistema, la salute e l’economia locale. Il Commissario Europeo per l’Energia Oettinger ha raccomandato a tutti i governi responsabili di bloccare tutti i nuovi permessi fino a quando non saranno chiarite le cause e presi gli opportuni provvedimenti.

La Prestigiacomo da parte sua  annuncia il limite delle 5 miglia.  E questo la dice lunga su quanto il nostro governo sia lontano dal voler affrontare il problema. Queste sono manovre per spostare l’attenzione, trarre in inganno la gente e mettere a tacere il dissenso.

A tutti quelli che minimizzano le problematiche facendo appello al provvedimento del ministro Prestigiacomo e che ridicolizzano il dibattito dicendo che da noi non si scava alle profondità  del Golfo del Messico, ricordiamo che l’Adriatico è un mare quasi-chiuso e che un incidente anche minimo devasterebbe per sempre l’economia della costa.

Permettendo l’aumento degli impianti, delle piattaforme, dei pozzi, del traffico navale e autorizzando desolforatori a pochi chilometri dalla costa aumenterà esponenzialmente il rischio di incidenti e avveleneremo definitivamente il mare adriatico, con buona pace delle bandiere blu, delle vele e dei riconoscimenti che tanto piacciono agli amministratori (a giudicare da come se ne vantano) e che tanto piacciono a quei turisti che riempiono le strutture della costa e garantiscono quel po’ di lavoro che c’è ancora in Abruzzo.

Abruzzesi, approfittate dell’estate e godetevi il mare. Tra qualche anno potreste essere costretti a cambiare spiaggia o a ritrovarvi come a Pensacola Beach, la spiaggia nel video che segue.


Petrolio: consumi, riserve e… le balle di Scaroni

martedì, 8 giugno, 2010

L’amministratore delegato dell’ENI, Paolo Scaroni (leggere la biografia disponibile qui) ha recentemente rilasciato un’intervista al quotidiano spagnolo Expansion in cui afferma, tra diverse proiezioni di attività, rapporti internazionali e strategie aziendali, che nel mondo c’è ancora petrolio per i prossimi 70 anni.

Qui è disponibile la versione originale dell’articolo in lingua spagnola e qui si può trovare la versione in italiano pubblicata da Il Sole24ore.

Piuttosto che fare dichiarazioni a vanvera e parole in stile politichese e senza preciso riscontro oggettivo, scegliamo qui di commentare ogni affermazione elaborando i dati resi disponibili dal BP Statistical Review of World Energy, pubblicato nel mese di Giugno 2009. In merito alle statistiche, si tratta di una delle fonti più autorevoli e, trattandosi di una fonte ben nota nel panorama petrolifero mondiale per la sua dimensione economica e, purtroppo, anche per la triste ed attuale vicenda della marea nera nel Golfo del Messico, non si può di certo ritenere che pubblichi dati a sfavore del nostro super manager.

Affermazione: C’è molto petrolio. Per ora, il nostro pianeta ha la disponibilità di riserve chiamate sicure di oltre un migliaio di miliardo di barili.

Commento: Vero. Le riserve attuali provate indicano un valore di 1258 miliardi di barili. Sul fatto che sia “molto”, rimandiamo ai punti seguenti.

Affermazione: Queste riserve sono maggiori di tutto il greggio consumato da quando è iniziata l’era del petrolio, alla fine del XIX secolo.

Commento: Vero e Falso. L’era del petrolio è iniziata nel 1850 ed il primo pozzo redditizio è stato individuato e perforato nel 1859.

Comunque, le prime statistiche disponibili risalgono al 1965 e, da allora, sono stati consumati circa 1043 miliardi di barili. Poco meno delle riserve provate.

Affermazione: A queste riserve sicure si aggiungono quelle probabili e le possibili riserve aggiuntive.

Commento: Falso. Sul pianeta Terra, già ampiamente sfruttato, non esistono “riserve aggiuntive”. Le riserve fossili e minerarie e, in particolar modo, quelle di petrolio, sono classificate secondo lo schema UNFC in:

  • Riserve Provate, cioè individuate dalle analisi geologiche ed ingegneristiche come sfruttabili con la tecnologia ed i prezzi attuali;
  • Riserve probabili, cioè già note da analisi e perforazioni precedenti ma soggette allo sviluppo in determinate condizioni commerciali. Quindi, solo in caso di migliori condizioni di vendita e con diminuzione dei costi di produzione. Sono sfruttabili con probabilità maggiore del 50% in base alle condizioni tecniche, economiche ed operative esistenti nel momento considerato. L’incertezza può riguardare l’estensione o altre caratteristiche del giacimento, l’economicità, l’esistenza o l’adeguatezza del sistema di trasporto degli idrocarburi e/o del mercato di vendita.
  • Riserve possibili sono quelle non ancora scoperte e a cui ricorrere solo in contesti altamente speculativi per quantità e durata. E, comunque, queste avrebbero una stima di recupero di idrocarburi con un grado di probabilità del 10% rispetto al  valore stimato dell’aggregato 3P (Proved+Probable+Possible).

Dal rapporto BP si vede bene come, a livello mondiale, la stima delle riserve sia cresciuta costantemente fino al 2007 e, nel 2008, ha segnato la prima diminuzione (pari allo 0,2%) nella storia del petrolio. Inoltre, se si analizzano in particolare le riserve USA, la nazione che più di ogni altra al mondo ha estratto e consuma petrolio, si nota che dal 1985 le riserve sono in calo costante al punto tale da costituire alla fine del 2008, circa il 17% in meno delle riserve certificate al “momento del picco”.

Sarebbe troppo lungo parlare della Teoria di Hubbert, proposta dal geofisico americano Marion King Hubbert nell’ambito delle ricerche ed osservazioni nei laboratori della Shell Oil Company, ma è senz’altro utile ribadire che tale teoria è stata ampiamente confermata da tutte le osservazioni compiute a partire dal 1956. La teoria è talmente valida al punto tale che anche le compagnie petrolifere la utilizzano per determinare gli investimenti da compiere per lo sfruttamento dei giacimenti. E’ assolutamente certo che anche Scaroni conosca i risultati di tale teoria. Solo che, come ogni manager che trae profitto dall’attività petrolifera, li ignora e diffonde tranquillità sul fatto che andrà comunque tutto bene fino a quando non sarà stata estratta l’ultima goccia di petrolio.

Affermazione: In totale, possiamo contare almeno su 5000 miliardi di barili, sufficienti a soddisfare il consumo globale per i prossimi 70 anni.

Commento: Falso. Dalla teoria e dalle osservazioni suddette, si nota bene che le riserve provate sono in diminuzione e non certo in aumento. Inoltre, dato che le riserve probabili (con le implicazioni e le condizioni di cui alla loro definizione) ammonterebbero comunque ad un “misero” 340 miliardi di barili (fonte Oil & Gas Journal, Volume 102.26, July 12, 2004) è assolutamente impossibile che nei prossimi anni, si riesca a produrre circa il triplo del petrolio disponibile nelle riserve, per arrivare al conto dei 5000 miliardi barili.

In realtà, il problema è un po’ più complesso di una semplice operazione di divisione tra le riserve disponibili e il consumo medio annuo ed andrebbero considerate soprattutto le possibili implicazioni che seguiranno allo squilibrio tra la domanda di consumo e l’offerta di petrolio disponibile.

Alcuni dati sono però inconfutabili. Basta leggere il Par. 4.3 Declining World Oil Production e successivi del documento Strategic Significance of America s Oil Shale Resource Volume I Assessment of Strategic Issues per notare che le scoperte di nuovi giacimenti hanno raggiunto il loro massimo storico verso la metà degli anni 1960. Da allora sono in declino.

Inoltre, nel grafico di pagina 7, si nota bene che dal 1985 si consuma più petrolio di quanto non ne se scopra ogni anno (ulteriore conferma della diminuzione delle riserve) e si stima una produzione di petrolio pressoché nulla a partire dal 2030-2040.

Per finire, facendo il confronto tra le tabelle Oil Production e Oil Consumption del rapporto BP suddetto, si nota bene come – a partire dal 1981 – il consumo di petrolio sia stato sempre superiore alla quantità prodotta (attualmente, a livello mondiale, abbiamo un consumo di 84,4 Milioni di barili/giorno contro una produzione di 81,7). Inoltre, come riporta anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia, la produzione di petrolio diminuirà almeno del 6,7% per anno.

Le menzogne di Scaroni, così come quelle del presidente abruzzese Gianni Chiodi che avevamo denunciato in questo post, servono soltanto a fare disinformazione e a rassicurare tutti coloro che non hanno voglia o tempo di saperne di più.

Per quelli che invece sono consapevoli che non basta ignorare (o, peggio, dire che non esiste) il problema, qui c’è la lettera che l’ASPO (Associazione italiana per lo studio del picco del petrolio) ha inviato ai rappresentanti della Conferenza Stato-Regioni, ai presidenti di Provincia e di Regione per denunciare la gravità della situazione.

Perché non vogliamo la Forest Oil a Bomba

sabato, 15 maggio, 2010

E’ scaduto oggi  il termine per presentare le osservazioni di contrarietà alla richiesta di concessione Colle Santo ad opera della Forest Oil – CMI SpA, filiale italiana dell’americana Forest Oil Corporation. Anche il nostro Comitato ha inoltrato formale  richiesta alla Regione Abruzzo di bocciatura del progetto.

Le ragioni sono tante, ma sopra tutte c’è la pericolosità di un piano che prevede la perforazione e la messa in produzione  di cinque pozzi e la realizzazione di un Impianto per il Trattamento del gas estratto in un’area caratterizzata da frane, ad elevato rischio idrogeologico e in zona sismica 2, già abbandonata dall’Agip nel 1992 per l’elevato profilo di pericolosità degli interventi, dovuto a fenomeni di subsidenza del terreno e a rischi per la tenuta della diga. Il pericolo è così evidente a tutti noi che conosciamo ed amiamo questo territorio che non ci sarebbe neppure bisogno di fare calcoli sugli spostamenti del terreno negli ultimi decenni. Talmente evidente che anche nei depliant dell’APTR (Azienda di Promozione Turistica della Regione Abruzzo) si legge, quasi come nota folkloristica, che “Sul versante settentrionale, da un erto crinale domina la valle ed il lago l’abitato abbandonato di Buonanotte (in antico Malanotte: ma il cambio di nome non riuscì ad evitare la frana, e quindi l’abbandono dell’abitato, ricostruito a poca distanza ma su terreno più saldo, col nome di Montebello sul Sangro)”.  Fa parte della storia e della cultura del posto la conoscenza dell’altra faccia della medaglia di questa zona bellissima, in cui il delicato equilibrio tra uomo e natura è fatto principalmente di rispetto.  Qui ci sono diverse aree di interesse comunitario che ospitano specie vegetali e animali inserite tra quelle protette dalla Comunità Europea. Qui c’è uno dei più importanti siti archeologici dell’epoca ellenistica-romana di tutto l’Abruzzo. Per migliorare la viabilità e costruire nuovi impianti in vista dei Giochi del Mediterraneo dello scorso anno, qui sono stati spesi diversi milioni di euro (questa è la relativa delibera della provincia di Chieti) con un investimento che l’impianto americano vanificherebbe.

Oltre a mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini, il progetto Forest Oil danneggerebbe gravemente l’economia turistica ed agricola di tutta la zona. Qui si praticano il birdwatching, la canoa, la pesca e  i visitatori  arrivano da tutta Europa  per conoscere le eccellenze dell’entroterra abruzzese (dal castello di Roccascalegna, alla scuola dei cuochi di Villa Santa Maria) e godere del relax dei ritmi lenti del lago. Qui ci sono produzioni tipiche di qualità, spesso anche biologiche, di olio, miele, tartufi e vini, si produce olio a Denominazione di Origine Protetta (DOP) e  vino ad Indicazione Geografica Tipica (IGT) e a denominazione di Origine Controllata (DOC).

La Forest Oil nella Stima di Impatto Ambientale ci dice che tutte le sue attività avranno un impatto minimo, quasi sempre come quelle di un modesto cantiere edile, e che si preoccuperà anche di piantare qualche arbusto e di dipingere le torri di colori idonei a mascherare l’impatto sul paesaggio. Qualche piantina e qualche mano di vernice a nascondere 20.000 metri quadri di centrale con torri fumanti alte più di 40 metri… Noi lo troviamo ridicolo e imbarazzante.

Come pensa di conciliare la Forest Oil  le emissioni nocive di centinaia di tonnellate della centrale di trattamento  con lo stile vacanziero open air, le esigenze dell’ecoturismo e le produzioni alimentari biologiche? Come pensa di conciliare il rumore assordante di migliaia di mezzi pesanti (solo nella fase di preparazione e ripristino del campo ha stimato l’utilizzo di 4500 autocarri) delle trivelle e degli impianti in azione con la preservazione dell’habitat?

Gli animali fuggiranno per primi, poi scapperanno i turisti, alla fine toccherà anche ai bombesi.

Questo pensiamo che potrebbe accadere quando ci sforziamo di pensare che invece non accadrà proprio a noi, di nuovo a noi,  quella tragedia più grande che ha colpito la Louisiana o quella che devastato il Vajont o quella che ha tradito Viareggio. Un po’ forse come pensavano a L’Aquila prima del 6 aprile del 2009, quando si è preferito scegliere di rassicurare la gente invece di aiutarla a  cercare di salvarsi. Storia di tragedie annunciate. Storia di tragedie che si potevano evitare.

Qui trovate le nostre osservazioni , ma per tutti gli approfondimenti vi rimandiamo al sito di Maria Rita D’Orsogna che, anche in questo caso, ha messo in campo tutta la sua passione, la sua energia e le sue grandi competenze per guidare il lavoro di raccolta delle osservazioni di decine e decine di cittadini, associazioni e istituzioni contrari al progetto e vi rimandiamo al sito del Comitato Gestione Partecipata del Territorio che si trova in prima linea a combattere contro le richieste di questa cieca società statunitense. L’ultima nota e il nostro augurio è proprio per loro, i membri del Comitato di Bomba, che hanno affrontato questa brutta storia  in maniera esemplare e non si sono limitati a dire no alla Forest Oil ma hanno intrapreso una direzione più coraggiosa e innovativa, la costituzione  di una società SpA, con finalità E.S.CO. (Energy Service Companies), con azionariato diffuso tra i cittadini per la realizzazione di impianti fotovoltaici per il fabbisogno energetico del paese e per il miglioramento energetico di tutti gli edifici pubblici e privati.

Ancora petrolio

martedì, 11 maggio, 2010

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il nuovo video di Abruzzo Svegliati!

Riprende l’assalto delle multinazionali del petrolio sulla terraferma

martedì, 20 aprile, 2010

Nonostante le dichiarazioni rassicuranti fatte alla stampa nei giorni scorsi dal Presidente Gianni Chiodi sulla capacità della legge 32/2009, oggi impugnata dal governo, di fermare l’avanzata della petrolizzazione, puntuale e ampiamente previsto, allo scadere della moratoria, riparte l’assalto delle multinazionali del petrolio
Il sito del Ministero per lo Sviluppo Economico comunica infatti la ripresa degli iter burocratici per le concessioni di ricerca e coltivazione degli idrocarburi in terraferma in tutta la regione.
In particolare, per quel che concerne la provincia di Teramo:

  • Si sarebbe già tenuta il 16 febbraio scorso la Conferenza dei Servizi relativa all’ Istanza di Permesso di Ricerca in Terraferma Colle dei Nidi, avanzata da Medoil Gas Italia, Gas Plus Italiana e Petrorep Italiana, che interessa i comuni di Bellante, Campli, Controguerra, Corropoli, Mosciano Sant’Angelo, Nereto, Sant’Omero, Spinetoli, Torano Nuovo, Tortoreto
  • •Risulta convocata per il prossimo 23 di aprile la Conferenza dei Servizi relativa all’Istanza di Permesso di Ricerca in Terraferma Corropoli, richiesta della JKX Italia, acquisita dalla Medoil Gas Italia, che interessa i comuni di Alba Adriatica, Colonnella, Controguerra, Corropoli, Giulianova, Martinsicuro, Monsampolo del Tronto, Monteprandone, Mosciano Sant’Angelo, Nereto, Notaresco, Roseto degli Abruzzi, San Benedetto del Tronto, Sant’Omero, Spinetoli, Tortoreto
  • •Riprende la VIA per le concessioni VillaMazzarosa (richiesta della Medoil Gas sul territorio di Pineto e Roseto degli Abruzzi), Cipressi (richiesta ENI sul territorio di Atri, Castiglione M. R., Castilenti, Cellino Attanasio, Città Sant’Angelo, Elice, Montefino, Notaresco, Penne) e Villa Carbone (richiesta Gas Plus Italiana e Medoil Gas Italia sul territorio di Canzano, Castellalto, Cellino Attanasio, Cermignano, Mosciano Sant’Angelo, Notaresco, Teramo)

Per quel che concerne le altre province segnaliamo:

  • la presentazione della VIA per l’istanza di permesso di ricerca San Rocco (richiesta da Compagnia Generale Idrocarburi per i Comuni di Casalbordino, Pollutri, Torino di Sangro, Vasto, Villalfonsina) il 24 marzo scorso e la ripresa del procedimento VIA relativo all’ istanza di permesso di ricerca  San Venere (ad opera di Eni e Gas Plus Italiana sul territorio di Cappelle sul Tavo, Città Sant’Angelo, Collecorvino, Montesilvano, Moscufo, Pescara, Pianella, Spoltore)

Il Comitato abruzzese Difesa dei Beni Comuni ha inviato oggi a tutte le amministrazioni comunali teramane interessate dal procedimento, all’amministrazione provinciale e alla Direzione Ambiente della Regione Abruzzo, una formale richiesta di chiarimenti sulle conferenze  dei servizi sopracitate. In particolare alle istituzioni comunali è stato chiesto di rendere conto delle convocazioni ricevute, delle eventuali partecipazioni a tali appuntamenti e per il permesso Colle dei Nidi, la consultazione del verbale.

Il Comitato chiede una ferma e pronta risposta a tutti gli enti di gestione del territorio ed in particolare a quelli che nei mesi scorsi hanno deliberato la propria totale contrarietà a nuovi insediamenti petroliferi. L’avanzamento delle nuove richieste può e deve essere respinto proprio in questa fase in cui le istituzioni locali sono chiamate a partecipare in maniera attiva alla realizzazione dei progetti. Si può intervenire creando una collaborazione concreta tra gli enti, un coordinamento tra i sindaci e stabilendo strumenti di condivisione di informazioni, risorse e competenze per attivare un fronte comune di difesa del territorio e di promozione di un modello alternativo di sviluppo di lungo periodo.
Il silenzio e la latitanza delle istituzioni costituirebbero invece un ulteriore passo avanti verso lo scempio petrolifero.
Con la differenza, però, rispetto agli anni precedenti, di un più alto livello di partecipazione e di vigilanza dei cittadini, cui tali istituzioni sono chiamate a rispondere

La Petroceltic, i dubbi abruzzesi, le certezze pugliesi

domenica, 11 aprile, 2010

Dopo tutti questi mesi passati a documentarci, cercare il confronto con i tecnici e le istituzioni, scrivere osservazioni e a lanciare allarmi, finalmente scopriamo che non dobbiamo preoccuparci. Ce lo dice la Petroceltic nella paginetta web che trovate a quest’indirizzo. In queste poche righe, conscia che alcune comunità locali siano preoccupate, Petroceltic decide di dare risposta ai dubbi degli abruzzesi. Sostiene che il progetto Elsa 2  non impatterà sull’ambiente e sul turismo ma conferma che nel caso in cui individuasse un giacimento significativo (motivo che è alla base dell’attività di ricerca), il  progetto non avrebbe durata inferiore ai 20 anni. Ci dice pure che circa la metà del personale operante sulla piattaforma, in totale tra le 40 e le 50 persone, sarà reperito tra aziende locali
E noi dovremmo essere  contenti. Di 20 posti di lavoro in cambio di 20 anni di schifezze a danno della nostra salute, dell’ambiente e dell’economia.
La Petroceltic dovrebbe piuttosto spiegarci per quale ragione sta studiando i fondali per l’istallazione della piattaforma petrolifera prima di conoscere l’esito della Valutazione di Impatto Ambientale da parte del Ministero, come anticipato in questo post, cosa che ci sembra già una grandissima mancanza di rispetto delle regole del nostro paese e della nostra comunità.
Dovrebbe quindi prendersi il disturbo di leggere le decine di osservazioni che sono state inviate al Ministero dell’Ambiente per esprimere contrarietà al progetto stesso da parte di comitati, tecnici, associazioni di imprenditori, privati cittadini, dalla provincia di Chieti, da molti comuni e dalla diocesi di Lanciano.
Basterebbero queste osservazioni per capire che c’è una forte ostilità al progetto da parte di tutta la comunità locale e che non basta la prospettiva di un ridicolo numero di posti di lavoro a convincere la popolazione ad accettare un’industria altamente inquinante e  a mettere in pericolo un’economia consolidata.
In altre regioni, più consapevoli e lungimiranti dell’Abruzzo, le massime istituzioni regionali dicono chiaro e tondo alla Petroceltic di andare a cercare da qualche altra parte.
La Regione Puglia, infatti, ha espresso parere sfavorevole di compatibilità ambientale alle prospezioni petrolifere della Petroceltic al largo delle coste pugliesi, nella zona di mare denominata “d489 B.R.-EL” , che si trova presso le Isole Tremiti, lo scorso 24 marzo. Potete leggere qui gli interessanti articoli della Gazzetta del Mezzogiorno, di Brindisi Report e di Stato Quotidiano o potete scaricare il file con la delibera di giunta in pdf
Senza troppi giri di parole la giunta pugliese scrive che…” Nonostante le metodiche di ricerca proposte generino forme riconosciute di inquinamento, gli elaborati presentati si fondano su dati approssimativi non supportati da verifiche e valutazioni condotte con il necessario grado di approfondimento. Lo Studio di Impatto Ambientale presentato appare applicato all’area in esame senza la necessaria conoscenza del sito interessato (direttamente o indirettamente) manifestando evidenti limiti che non permettono una esaustiva valutazione degli impatti sugli habitat e le specie di interesse comunitario che le attività proposte comportano. Il progetto inoltre non sottende una visione globale delle caratteristiche e delle vocazioni dell’ambiente marino e della costa pugliese, né tiene conto delle politiche ambientali, produttive e di sviluppo (soprattutto turistico) che la Puglia, le istituzioni locali e la collettività insediata perseguono con determinazione……………….. Lo scopo finale della Petroceltic, infatti, consiste nella installazione lungo tutto il litorale adriatico pugliese di infrastrutture petrolifere destinate a restare in attività per decenni a venire, con tutti i rischi ed i danni che ne conseguono. Difatti è datata 2 febbraio 2010 la DGR n. 271 che esprime parere sfavorevole di compatibilità ambientale per un progetto concernente il permesso di ricerca idrocarburi proposto dalla medesima ditta in oggetto ed adiacente al progetto cui il presente parere si riferisce, il quale, tra l’altro è situato ad una distanza anche inferiore (cfr. fig.1 – Ubicazione permessi di ricerca della PETROCELTIC nell’adriatico centrale – D497 RB EL)”.

Le richieste avanzate in Puglia fanno parte dello stesso progetto che interessa l’Abruzzo, come si evince facilmente anche dalla mappa di apertura del post, e sottendono la stessa logica. La differenza tra i progetti non sta nei contenuti della proposta della multinazionale irlandese ma soltanto nella fermezza della risposta delle istituzioni regionali. Mentre la Regione Abruzzo continua ad adottare un approccio ambiguo e a nascondersi dietro falsi alibi e mancate competenze, quelli con le idee chiare vanno avanti con i fatti

Scaroni, l’ENI e certe indimenticabili lezioni di vita

mercoledì, 10 marzo, 2010

Nell’edizione di Siracusa de “La Sicilia” dell’08 marzo c’è un articolo dal titolo “ENI spenderà altri 545 milioni” che ci ha subito incuriosito. Nel testo si riporta che il sindaco di Melilli sostiene che la crisi occupazionale verrebbe superata dalla realizzazione dei progetti inseriti nell’accordo di programma per la chimica e da quelli inseriti nell’accordo di programma per le bonifiche. Il giornalista riporta con minuzia di dettagli che Scaroni, da parte sua, nel corso di un’audizione della commissione parlamentare rifiuti ha confermato l’impegno di Eni per l’ambiente, testuali parole:Siamo i primi al mondo tra le compagnie petrolifere e per noi l’ambiente è un tema di grande importanza”. In Sicilia, ha raccontato Scaroni sono stati già investiti 615 milioni di euro e ci sono ancora 545 milioni da investire per interventi programmati. Occorre però, secondo Scaroni, mettere fine alla sindrome di Nimby. “La sindrome di Nimby esiste in ogni paese, ma in Italia non abbiamo ancora imparato a gestirla. Lo sforzo lo dobbiamo fare insieme e deve essere quello di far comprendere ai nostri concittadini che le infrastrutture industriali sono realizzate per il bene di tutti. E’ compito innanzitutto della politica superare gli interessi particolari e locali e fare in modo che anche in tema di ambiente siano assunte le decisioni necessarie per il paese e le future generazioni”.

Dopo queste belle, profonde e commoventi parole, potremmo tutti noi abruzzesi sentirci un po’ in colpa per la nostra sindrome di Nimby, per non volere velenose piattaforme e centri oli in casa, se non fosse che…

…  Milano Finanza del 26 febbraio scorso riporta la notizia  che un tribunale kazako  ha sanzionato il consorzio
internazionale guidato da Eni e Bg Group per lo sfruttamento del giacimento Karachaganak per la somma di 21 milioni di dollari, cifra pari all’ammontare dei danni ambientali causati nel 2008

Leggiamo oggi la notizia, sul blog della professoressa D’Orsogna, che negli USA l’Eni è stata condannata a pagare 254 milioni di dollari per la corruzione del governo nigeriano

Sempre di Eni si parla in un altro giornale di provincia, il piccolo di Trieste dell’08 marzo, ma per discutere questa volta della vergogna mondiale dell’Eni in Congo, come abbiamo fatto anche noi qualche tempo fa

Questa breve ed incompleta sintesi, per dire al signor Scaroni che il suo modello di sviluppo non lo vogliamo né nel nostro giardino né in quello degli altri e che è sempre più chiaro a tutti che l’unico sviluppo che l’Eni riconosce e a cui aspira è quello del proprio profitto, in totale disprezzo dell’ambiente. I buoni consigli elargiti nell’articolo citato in apertura del post, in occasione della partecipazione alla commissione rifiuti, sono nauseanti e difficili da smaltire proprio come certi rifiuti…

Buone notizie, per chiudere, dal fronte Europa… e non vorremmo, ma si chiama in causa anche qua l’Eni.

La Corte Europea di Giustizia, in una sentenza (C-380/08 C-379-08 e la C-378-08.) emessa ieri in Lussemburgo, chiarisce che gli operatori del polo petrolchimico di Augusta-Priolo-Melilli, in Sicilia, possono essere considerati responsabili dell’inquinamento dei suoli e della Rada di Augusta anche se non hanno commesso illeciti. Affinché ci sia responsabilità civile  è sufficiente che le autorità competenti dispongano di “indizi plausibili” che consentono di presumere un nesso di casualità fra le attività degli operatori e l’inquinamento. “Indizi plausibili” secondo la Corte sono, ad esempio, la vicinanza degli impianti alla zona inquinata e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i componenti impiegati dagli operatori nelle loro attività.

La Corte di giustizia Ue era stata chiamata in causa dal Tar della Sicilia che attendeva il pronunciamento europeo per esprimersi a sua volta sui ricorsi presentati da Erg, Eni,  Polimeri Europa, Syndial (queste ultime consociate ENI) che non volevano pagare per riparare al danno ambientale prodotto dal petrolchimico. La Corte di giustizia ha inoltre stabilito che le autorità nazionali possono subordinare il diritto degli operatori ad utilizzare i loro terreni al fatto che realizzino i lavori di riparazione ambientale imposti.

Il messaggio è chiaro: Fuori dal mercato chi inquina!

AVANZANO – Comunicato Stampa

mercoledì, 10 marzo, 2010

In data 03/03/2010 sono cominciate, nel mare di Ortona, le “indagini geofisiche marine per il progetto di perforazione di un pozzo esplorativo per la ricerca di idrocarburi in mare per mezzo di una piattaforma con gambe (jack up) sul sito ELSA 2, di fronte la nota riserva regionale Ripari di Giobbe, per conto della VEGA OIL S.p.A. ” (Ord. 08/2010 della Capitaneria di Porto di Ortona).

In altre parole stanno studiando i fondali per l’istallazione di una piattaforma petrolifera con le sue tubazioni sottomarine, prima di sapere l’esito della Valutazione di Impatto Ambientale della stessa.

Esegue le ricerche la nave OGS Explora di proprietà dell´Ist. Naz. di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale; un ente pubblico che in mancanza di sufficienti contributi statali, invece di fare ricerca, deve accettare commesse da terzi. La rotta della nave può essere seguita sul sito: http://webcc.ogs.trieste.it/explora/

La nave, dopo aver incrociato sulle coordinate del pozzo Elsa 2, si è ora spostata (ben oltre il chilometro quadrato di cui si parla nell’ordinanza).
Vista la procedura di valutazione dello Studio di Impatto Ambientale da parte del Ministero dell’Ambiente essere ancora in corso e visto che, se il permesso di estrazione non fosse concesso, queste indagini sarebbero una spesa inutile, ci domandiamo il perché del comportamento della società petrolifera. Le possibilità, a nostro parere, sono solo tre: o la ditta non si preoccupa dei suoi azionisti, o ha già ricevuto assicurazioni in merito, o le indagini potranno essere usate anche per altri progetti (ad esempio un rigassificatore).

Senza alcun dubbio, l’andirivieni dell’Explora mostra che il progetto di trasformazione dell’Abruzzo in regione mineraria avanza, ignorando le volontà espresse dai cittadini e da moltissime Amministrazioni e nonostante le affermazioni rassicuranti del governatore Chiodi.
Dobbiamo quindi fare ancora la stessa domanda: quali sono le intenzioni della Regione per opporsi efficacemente e prima che sia troppo tardi a questa radicale trasformazione del suo territorio?

Emergenza Ambiente Abruzzo -rete di associazioni-
info:
Maria Rita D’Orsogna
Docente della CSUN Los Angeles
mobil  001 310 570 5591

Dante Caserta
Consigliere Nazionale WWF
mobil 335 8155085

Angelo Di Matteo
Presidente Legambiente Abruzzo
mobil 347 8489363

Claudio Censoni
Presidente Comitato Abruzzese per la Difesa dei Beni Comuni
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Conquistatori & Perline colorate – Domande per la Medoil Gas

venerdì, 12 febbraio, 2010

Articolo del 25 gennaio 2010

Dell’Abruzzo, forse, gli scandali politici hanno lasciato l’impressione di un terreno di facile conquista. Oppure questa bistrattata regione è rimasta un territorio tanto lontano nell’immaginario collettivo da poter nascondere lo scempio,  “più in la che Abruzzi” diceva infatti Calandrino a Maso nel Decameron, quasi che l’Abruzzo fosse l’ultimo degli avamposti conosciuti. E a questo popolo di pastori, dedito alla transumanza ma poco avvezzo alle cose del mondo, forse si possono ancora rifilare perline colorate in cambio delle ricchezze del territorio. A leggere le richiesta che la MOG ha presentato al Ministero dell’Ambiente questa è l’impressione che se ne ricava.
E allora, vorremmo dire all’italianissimo CEO, Sergio Morandi, della londinese Medoil Gas Plc, che questi selvaggi di abruzzesi hanno imparato a leggere ma non sempre capiscono. Forse allora la sua compagnia potrà darci qualche risposta di quelle che non si trovano tra i documenti ufficiali:
1) Che cosa intendete fare dei 540 kg al giorno di zolfo puro che Ombrina Mare 2, Paragrafo 2.6.2 del Quadro Progettuale, dovrebbe produrre?
2) Nel paragrafo 2.5.5.2 scrivete che i gas provenienti dalle formazioni sono H2S e CO2 e scrivete che entrambi  sono tossici e possono provocare forme di avvelenamento nell’uomo, nella fauna e nella flora. Dite inoltre che le emissioni degli sfiati di blow, che voi stimate in circa 1500 m3/d di gas per depressurarizzazione delle linee in caso di malfunzionamenti o di emergenze, sono saltuarie. Pensate quindi di avvelenarci solo di tanto in tanto?
3) Gli studi dell’ARTA e dell’ISPRA che usate a sostegno della scarsità degli impatti sull’ambiente marino del vostro progetto si riferiscono ad analisi effettuate su campioni prelevati a pochi mesi dall’avvio del pozzo esplorativo. Tali analisi rivelano già una tossicità media. Cosa vi aspettate che accada dopo 24 anni di estrazione e 6 pozzi? Che le acque magicamente si ripuliscano?
4) Interrerete forse, ma non vi è ancora chiaro in questa fase, 12 km di condotte per il trasporto del gas a Santo Stefano Mare. Quale sarà l’impatto sul fondale? Quale l’impatto sulla subsidenza e sull’erosione costiera?
5) La nave Panamax è quella che avete individuato per il progetto Ombrina Mare. Nel Cap. 2.6.2 scrivete che essa avrà le seguenti dimensioni: -larghezza max 33 m circa, -lunghezza max 320 m circa. Secondo voi, però, nel Cap. 4.4.2 l’impatto visivo sarà variabile, di media entità perché la barchetta fumante si disporrebbe, seguendo le correnti e il moto ondoso, in posizioni tali da mostrare nella maggior parte dei casi, una sagoma di dimensioni minori alla sua effettiva lunghezza.
Queste affermazioni forse si riferiscono ad impatto visivo su qualche specie animale non meglio specificata. Oppure voi della Medoil avete tenuto conto dell’elevata incidenza di disturbi visivi nella popolazione abruzzese? I miopi e quelli con la cataratta potrebbero in effetti vedere solo una grande macchia nera. Per la puzza di uova marce contate sulle correnti o siamo in molti ad essere affetti da parosmia?
6) Nel Cap. 2.1 leggiamo che verranno prese in considerazione, dove tecnicamente possibile ed economicamente sostenibile le Migliori Tecniche Applicabili al fine della riduzione dell’inquinamento. Cosa significa economicamente sostenibile per la Medoil Gas? Per noi è tecnicamente possibile ed economicamente sostenibile e assolutamente più conveniente che voi non veniate ad avvelenarci e a compromettere il nostro futuro. Così non sarà di nessun costo per voi tentare di ripulirci
7) Da ultimo una domanda quasi banale: quando vi riferite alle necessità nazionali di idrocarburi in nome di quale patria scrivete?  Della gloriosa Inghilterra visto che MedoilGas Italia è un piccolo avamposto della londinese Medoil Gas Plc o della patria del miglior offerente, quella a cui venderete questo prezioso greggio?
Le vostre perline colorate (il 4% di royalties e il pugno incerto di posti di lavoro che creerete) non valgono la salute e la prosperità degli abruzzesi, per quanto qualche amministratore interessato vi abbia potuto far credere che non sia così.
Quello che perderemmo, anche se non vi interessa, è molto di più di quello che ci offrite. La nostra economia si basa sul turismo, sulla pesca, sulle produzioni agro-alimentari di qualità e sui loro indotti commerciali. Settori che sarebbero tutti gravemente danneggiati dal suo progetto, dottor Morandi. Un’analisi minima del contesto socio-economico-ambientale ve lo avrebbe dimostrato senza bisogno di montagne di documenti.
Servono poche parole, invece, per chiarire la realtà dei fatti: gli abruzzesi non vi vogliono e non hanno bisogno di voi.
Se avrete la volontà di rispondere, potete farlo con una semplice e-mail o inserendo un commento in questo post. Pur dubitando di una vostra risposta, porgiamo cordiali saluti.

La sostenibilità per uscire dalla crisi. Ombrina Mare per affossarci?

venerdì, 12 febbraio, 2010

Progetto di riuso a scopo turistico di piattaforme petrolifere

Articolo del 19-gennaio 2010

Il numero dell’edizione italiana del novembre scorso dell’Harvard Business Review (la Bibbia degli economisti) è interamente dedicato all’argomento “Sostenibilità & Innovazione. Promesse e sfide dell’economia verde”. Le prospettive e le tendenze in atto sono chiarissime per gli studiosi. L’articolo centrale della rivista è una ricerca di Nidumolu, Prahalad e Rangaswami sulle ragioni per cui “la sostenibilità è diventata il principale driver dell’innovazione”, nonostante molti CEO, specie negli Stati Uniti e in Europa siano ancora convinti che i benefici sociali dell’economia verde non compensino i maggiori costi. Lo studio, infatti, dimostra che “la sostenibilità è a fondamento di innovazioni organizzative e tecnologiche che fanno aumentare sia gli utili sia il fatturato. L’adozione di una politica rispettosa dell’ambiente fa diminuire i costi perché le aziende finiscono per ridurre gli input produttivi che utilizzano. Inoltre, il processo genera ricavi addizionali derivanti da prodotti qualitativamente migliori, o consente alle aziende di creare nuovi business. In effetti, poiché gli obiettivi dell’innovazione aziendale sono quelli, scopriamo che le aziende avvedute considerano la sostenibilità la nuova frontiera dell’innovazione… La chiave del progresso, specie nei momenti di crisi economica, è l’innovazione…Trattando già oggi la sostenibilità come un obiettivo da perseguire, le aziende più avanzate su questo fronte svilupperanno delle competenze che i concorrenti saranno costretti ad emulare. Quel vantaggio competitivo sarà loro d’aiuto, perché la sostenibilità farà sempre parte integrante dello sviluppo”.
E’ così in tutti i settori. Solo ieri, durante la conferenza stampa di presentazione del Bollettino sul Turismo Mondiale dell’ultimo trimestre del 2009, il segretario generale dell’UNTWO, Taleb Rafai, ha ricordato come sviluppo turistico, creazione di nuovi posti di lavoro ed economia verde siano strettamente connessi. La resistenza del mercato turistico alla crisi internazionale e le prospettive di ripresa indicano la strada a serie politiche di governo internazionali.
E’ così in tutto il mondo. L’energia eolica è cresciuta del 30% a livello mondiale nel 2009 e, strano ma vero, è cresciuta nelle stesse proporzioni in Italia.
Le riserve di petrolio si esauriranno nel giro di trenta – cinquant’anni al massimo. Allora viene spontaneo chiedersi perché in una regione come la nostra che non conta grandi giacimenti di idrocarburi ma solo piccoli giacimenti e di qualità molto bassa, ci si ostini sull’ultima goccia e si fatichi ad ostacolare un progetto ad impatto devastante come Ombrina Mare 2. In nome di quali ragioni economiche?
La foto alla testa di questo post è dello studio americano Morris Architects che ha elaborato un progetto standard di riuso delle piattaforme petrolifere al largo delle coste USA. Il progetto, chiamato Oil Rig Platform Resort & Spa, ha già vinto due premi importanti: il Grand Prize al Radical Innovation in Hospitality Award e il SARA National Design Award of Excellence, la più alta onorificenza in tema di design della Society for American Registered Architects. Rimandiamo a www.megliopossibile.it per gli approfondimenti