Queste alcune delle immagini della tragedia che ha colpito il Golfo del Messico. Le abbiamo prese dal sito boston.com, che ne ha pubblicate molte altre
Queste alcune delle immagini della tragedia che ha colpito il Golfo del Messico. Le abbiamo prese dal sito boston.com, che ne ha pubblicate molte altre
5.000 barili di petrolio che si riversano ogni giorno in mare e una nuova falla nel pozzo, la terza. Comincia a prendere davvero forma la portata del disastro ambientale causato dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Barack Obama ha dichiarato che si tratta di una catastrofe nazionale e ha bloccato tutte le nuove attività di trivellazione finché non verranno comprese le cause dell’incidente
Per fronteggiare la crisi il governatore della Florida Bobby Jindal ha chiesto fondi per l’impiego di 6.000 soldati della Guardia Nazionale.
In ogni caso a questo punto sappiamo già che l’80% del petrolio si riverserà sulla costa e che serviranno almeno 50 anni per rimediare al disastro.
E’ già partita una class action da parte di produttori di gamberetti contro la British Petroleum.
Nel frattempo anche GreenPeace Italia richiama l’attenzione sui pericoli per il Mediteranneo:
Il disastro della Deepwater Horizon, il massimo della tecnologia delle esplorazioni petrolifere, ha smascherato i rischi che corrono anche i mari italiani (in particolare Adriatico e Canale di Sicilia) oggetto sempre più spesso di permessi di ricerca offshore. «Decenni di maree nere non ci hanno insegnato niente: in Italia, il Governo continua a rilasciare autorizzazioni a valanga, soprattutto in Adriatico e, da ultimo, anche al largo delle Isole Tremiti – denuncia Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace - Ormai è tempo di dedicarsi davvero alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica. Così, invece di uccidere i lavoratori, potremmo creare migliaia di posti di lavoro e raggiungere una maggiore indipendenza energetica».
La piattaforma, su cui si era registrata l’esplosione martedì notte a largo della Louisiana, è affondata con 2,6 milioni di litri di greggio. E’ alto il rischio di sversamento nelle acque circostanti.
Risultano ancora dispersi 11 operai.
Articolo del 2 febbraio
Altro che buste di plastica! La morte dei sette cetacei è stata causata dalle prospezioni di ricerca di idrocarburi delle compagnie petrolifere, in questo caso Petroceltic e Northern Petroleum.
Ecco la ricostruzione dei fatti di TerraNostra
Articolo del 25 gennaio 2010
Dell’Abruzzo, forse, gli scandali politici hanno lasciato l’impressione di un terreno di facile conquista. Oppure questa bistrattata regione è rimasta un territorio tanto lontano nell’immaginario collettivo da poter nascondere lo scempio, “più in la che Abruzzi” diceva infatti Calandrino a Maso nel Decameron, quasi che l’Abruzzo fosse l’ultimo degli avamposti conosciuti. E a questo popolo di pastori, dedito alla transumanza ma poco avvezzo alle cose del mondo, forse si possono ancora rifilare perline colorate in cambio delle ricchezze del territorio. A leggere le richiesta che la MOG ha presentato al Ministero dell’Ambiente questa è l’impressione che se ne ricava.
E allora, vorremmo dire all’italianissimo CEO, Sergio Morandi, della londinese Medoil Gas Plc, che questi selvaggi di abruzzesi hanno imparato a leggere ma non sempre capiscono. Forse allora la sua compagnia potrà darci qualche risposta di quelle che non si trovano tra i documenti ufficiali:
1) Che cosa intendete fare dei 540 kg al giorno di zolfo puro che Ombrina Mare 2, Paragrafo 2.6.2 del Quadro Progettuale, dovrebbe produrre?
2) Nel paragrafo 2.5.5.2 scrivete che i gas provenienti dalle formazioni sono H2S e CO2 e scrivete che entrambi sono tossici e possono provocare forme di avvelenamento nell’uomo, nella fauna e nella flora. Dite inoltre che le emissioni degli sfiati di blow, che voi stimate in circa 1500 m3/d di gas per depressurarizzazione delle linee in caso di malfunzionamenti o di emergenze, sono saltuarie. Pensate quindi di avvelenarci solo di tanto in tanto?
3) Gli studi dell’ARTA e dell’ISPRA che usate a sostegno della scarsità degli impatti sull’ambiente marino del vostro progetto si riferiscono ad analisi effettuate su campioni prelevati a pochi mesi dall’avvio del pozzo esplorativo. Tali analisi rivelano già una tossicità media. Cosa vi aspettate che accada dopo 24 anni di estrazione e 6 pozzi? Che le acque magicamente si ripuliscano?
4) Interrerete forse, ma non vi è ancora chiaro in questa fase, 12 km di condotte per il trasporto del gas a Santo Stefano Mare. Quale sarà l’impatto sul fondale? Quale l’impatto sulla subsidenza e sull’erosione costiera?
5) La nave Panamax è quella che avete individuato per il progetto Ombrina Mare. Nel Cap. 2.6.2 scrivete che essa avrà le seguenti dimensioni: -larghezza max 33 m circa, -lunghezza max 320 m circa. Secondo voi, però, nel Cap. 4.4.2 l’impatto visivo sarà variabile, di media entità perché la barchetta fumante si disporrebbe, seguendo le correnti e il moto ondoso, in posizioni tali da mostrare nella maggior parte dei casi, una sagoma di dimensioni minori alla sua effettiva lunghezza.
Queste affermazioni forse si riferiscono ad impatto visivo su qualche specie animale non meglio specificata. Oppure voi della Medoil avete tenuto conto dell’elevata incidenza di disturbi visivi nella popolazione abruzzese? I miopi e quelli con la cataratta potrebbero in effetti vedere solo una grande macchia nera. Per la puzza di uova marce contate sulle correnti o siamo in molti ad essere affetti da parosmia?
6) Nel Cap. 2.1 leggiamo che verranno prese in considerazione, dove tecnicamente possibile ed economicamente sostenibile le Migliori Tecniche Applicabili al fine della riduzione dell’inquinamento. Cosa significa economicamente sostenibile per la Medoil Gas? Per noi è tecnicamente possibile ed economicamente sostenibile e assolutamente più conveniente che voi non veniate ad avvelenarci e a compromettere il nostro futuro. Così non sarà di nessun costo per voi tentare di ripulirci
7) Da ultimo una domanda quasi banale: quando vi riferite alle necessità nazionali di idrocarburi in nome di quale patria scrivete? Della gloriosa Inghilterra visto che MedoilGas Italia è un piccolo avamposto della londinese Medoil Gas Plc o della patria del miglior offerente, quella a cui venderete questo prezioso greggio?
Le vostre perline colorate (il 4% di royalties e il pugno incerto di posti di lavoro che creerete) non valgono la salute e la prosperità degli abruzzesi, per quanto qualche amministratore interessato vi abbia potuto far credere che non sia così.
Quello che perderemmo, anche se non vi interessa, è molto di più di quello che ci offrite. La nostra economia si basa sul turismo, sulla pesca, sulle produzioni agro-alimentari di qualità e sui loro indotti commerciali. Settori che sarebbero tutti gravemente danneggiati dal suo progetto, dottor Morandi. Un’analisi minima del contesto socio-economico-ambientale ve lo avrebbe dimostrato senza bisogno di montagne di documenti.
Servono poche parole, invece, per chiarire la realtà dei fatti: gli abruzzesi non vi vogliono e non hanno bisogno di voi.
Se avrete la volontà di rispondere, potete farlo con una semplice e-mail o inserendo un commento in questo post. Pur dubitando di una vostra risposta, porgiamo cordiali saluti.
Articolo del 21 gennaio 2010
Sono in molti in questi giorni a preoccuparsi della minaccia relativa al progetto Ombrina Mare. La richiesta di concessione avanzata dalla Medoil Gas è tra i progetti più devastanti dell’intera costa adriatica. Un progetto di estrazione di idrocarburi che peserà sulla Costa dei Trabocchi per i prossimi 24 anni, aggirando gli impedimenti del mancato Centro Oli di Miglianico con la desolforazione in mare. Sono pochi i giorni che mancano allo scadere dei termini di legge per presentare al Ministero dell’Ambiente le osservazioni per ostacolarne l’autorizzazione. Cosa fa nel frattempo la Regione Abruzzo? Ha chiesto un incontro con il ministro? Ha inviato una documentazione ufficiale al Ministero? Quali iniziative ha messo in atto o ha in animo di intraprendere per scongiurare il pericolo?
Cosa pensa di fare il Presidente Gianni Chiodi?
Queste le sue dichiarazioni del mese scorso:
17 dicembre 2009 (Il Centro)
«Finchè ci sarò io» ha garantito il presidente della Regione «non ci saranno nuove estrazioni a mare, anzi, sfido a vederci da qui a quattro anni e a verificare se davvero sarà così. Un conto sono i permessi di ricerca, un altro le estrazioni e finchè ci sarò io assicuro che non ce ne saranno di nuove».
Diciamo allora al Presidente Gianni Chiodi, che presumiamo dal suo silenzio non sia stato ancora avvertito, che quella di Ombrina Mare 2 è una richiesta di permesso per l’ ESTRAZIONE, la DESOLFORAZIONE e lo STOCCAGGIO.
Sappiamo perfettamente che le regioni non hanno competenza in merito alle piattaforme in mare ma ci aspettiamo che Il presidente e la giunta abruzzese utilizzino qualsiasi strumento in loro potere per esprimere una decisa contrarietà presso gli organi di governo competenti, a tutela dei cittadini abruzzesi.
Confidiamo che Il Ministero dell’Ambiente vorrà tener conto della volontà espressa dai rappresentanti più autorevoli di questa Regione, il Presidente e la sua Giunta, e rigettare così un progetto tanto scellerato.
C’è, infatti, un precedente. Qualche mese fa, e ne avevamo parlato anche noi in un post, il Ministero dell’Ambiente ha preannunciato il suo parere negativo, in merito all’istanza di ricerca «d148 DR-Cs» presentata dalla Appennine Energy dopo che il Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata in un incontro presso il Ministero, il 4 settembre, aveva espresso la propria assoluta contrarietà a nuovi pozzi di ricerca idrocaburi nel mar Jonio.
Noi chiediamo, pertanto, al Presidente Chiodi di dar seguito alle tante sue dichiarazioni del mese scorso e di intervenire per la prima volta concretamente. Dire no, in questo momento, darebbe un segnale forte anche a tutte le altre compagnie che si stanno lanciando in un susseguirsi di richieste di permessi di ricerca in tutta la costa abruzzese (oltre alla Medoil Gas sono particolarmente attive anche altre compagnie come la Petroceltic e la Vega Oil). Dire no significherebbe anche confermare ai cittadini la veridicità delle dichiarazioni a mezzo stampa. Ha una grande occasione, il Presidente Chiodi, per dimostrare agli abruzzesi di rispettare gli impegni e di non fermarsi alle promesse. Non farlo significherebbe nascondere dietro il “non ci compete” un avallo all’attività dei petrolieri molto più forte e concreto dell’opposizione dichiarata ai giornalisti.
Chiudiamo l’articolo con un’estratto dai comunicati stampa della Regione Basilicata di settembre, perché sia chiaro a tutti quanto sia condivisa anche fuori dall’Abruzzo la preoccupazione per i colpi di coda di un’economia “già morta” (perché destinata ad essere superata nel giro di 2 o 3 decenni) ma purtroppo ancora tanto pericolosa
“La Regione Basilicata ha respinto, nella maniera più netta, la possibilità che nel tratto lucano del mar Jonio possano essere perforati pozzi per la ricerca di idrocarburi: un’attività di questo genere, a prescindere dalle valutazioni di carattere tecnico, sarebbe del tutto incompatibile con la qualità dei luoghi e con la fruizione di una zona in continuo sviluppo turistico. Ieri, infatti, nel corso di un incontro che si è svolto a Roma, il Ministero dell’Ambiente ha accolto le osservazioni della Regione ed ha preannunciato parere negativo al programma di ricerca denominato “d148 DR-CS” presentato dalla società Apennine Energy.
Ci sono motivazioni di carattere tecnico che non possono essere ignorate, che riguardano la distanza dalla costa della zona indicata per svolgere le attività di ricerca, nonché i problemi relativi al fenomeno dell’erosione e all’arretramento della linea di costa. E’ impensabile, in ogni caso, prevedere attività di perforazione in un’area caratterizzata dalla presenza di insediamenti, infrastrutture e attività di preminente interesse per lo sviluppo turistico. Di fronte a rischi concreti, la Regione sosterrà ogni sforzo per continuare a difendere e preservare un patrimonio fondamentali per lo sviluppo della Basilicata(Fonti:www.regioni.it; regione Basilicata)
Ecco copia del fax inviato fax Regione Abruzzo, Appello per Ombrina Mare 2. Confidiamo in un rapido riscontro.
Please help the world. Cop 15 opening film
Da ieri c’è un tam tam di telefonate tra i membri del nostro Comitato e altri Comitati/Associazioni, famiglie, rappresentanti delle istituzioni.Quasi con incredulità abbiamo letto il comunicato stampa sul sito della regione e abbiamo iniziato a cercare conferme e a dare una speranza a tutti gli amici che in questi mesi si sono mobilitati insieme a noi. Incredulità dovuta al fatto che anche nello scorso fine settimana abbiamo partecipato ad incontri con i sindaci, le istituzioni comunali, le università, le forze della società civile e possiamo dire che nessuno dei partecipanti era al corrente della manovra della giunta regionale. Siamo in attesa di leggere il documento e di verificare che la volontà di trovare una soluzione definitiva per il problema petrolifero in terraferma trovi un fermo riscontro nella regolamentazione effettuata. Se così fosse saremmo molto felici della presa di posizione della regione, senza ulteriori polemiche sui ritardi e sulla trasparenza della comunicazione. Ci importa solo del risultato.
In ogni caso sappiamo già che la Regione non ha competenza per le trivellazioni in mare e rimane aperto il problema delle tante concessioni a distanza estremamente ridotta dalla costa. Chiediamo pertanto al Presidente Chiodi e alla sua giunta di farsi portavoce presso il Ministero dell’Ambiente della contrarietà della regione Abruzzo ad ogni deriva petrolifera e di ascoltare e sostenere il lavoro di noi comitati di cittadini, associazioni e forze della società civile che continueremo ad impegnarci affinché le multinazionali non cerchino nuove scorciatoie, come quella di una raffineria in mare, e non riducano le nostre coste ad un colabrodo.
Aspettando di visionare la legge… cliccate qui per vedere in streaming il convegno "Quale Futuro" tenutosi sabato scorso a Città Sant’Angelo
In occasione del Convegno di Città Sant’Angelo di sabato scorso, TV 6 ha mandato in onda il dibattito "Regione dei parchi, dei pozzi e delle trivelle" all’interno del format SEI IN ABRUZZO. Potete seguire la trasmissione, alla quale hanno partecipato Fernando Fabbiani -Vice Sindaco di Città Sant’Angelo, Dante Caserta – Consigliere Nazionale WWF e Claudio Censoni, Presidente del Comitato Abruzzese Beni Comuni, sul sito della rete TV6
Il punto interrogativo del titolo di questo post è la conferma della disarmante ingenuità con cui noi cittadini arriviamo a comprendere piccoli pezzi di più ampi puzzle di spartizione degli interessi internazionali.
Senza troppe divagazioni sotto riportiamo integralmente un’articolo di Bruno Pampaloni pubblicato su Affari e Finanza di Repubblica del 23 novembre in cui si segnala l’apertura per le imprese italiane dell’opportunità di lanciarsi nel business dell’emergenza ambientale del Kuwait, devastato dal petrolio. Ma come? Non riusciamo a prevenire i disastri in casa nostra e ci lanciamo a recuperare quelli degli altri paesi?
C’è qualcosa che il cittadino non può capire…
Kuwait, il business dell’emergenza ambientale -di BRUNO PAMPALONI
Enormi quantità di liquame non trattato che, piombando ogni giorno nel mare di Kuwait City, si andavano trasformando in un’emergenza ambientale sempre più preoccupante: quando le conseguenze del guasto capitato al depuratore di Mishref (zona sud, prossima all’aeroporto) erano apparse in tutta la loro drammaticità, il sistema dei media kuwaitiani aveva cominciato a parlare di "Mishref Chernobyl" e la popolazione ad agitarsi. Eppure le autorità avevano cercato di minimizzare. Anche troppo secondo quanto riportato da alcune fonti locali. Allora (era fine agosto) si sperava forse di rimediare in tempi brevi a un danno che potrebbe invece compromettere la futura salute di una parte del Golfo Persico. E ancora oggi resta davvero difficile comprendere quale sia la reale portata del disastro.
Di fatto, smentendo le iniziali e tranquillizzanti rassicurazioni, il ministero dei Lavori Pubblici aveva chiesto tempo per far tornare tutto "alla normalità". I bagnanti erano stati messi in guardia dall’immergersi nelle acque inquinate e, per precauzione, il divieto di pesca era stato esteso a un’ampia fascia lungo la costa. Secondo quanto dichiarato da Green Line Environment Group, una Ong locale, si è trattato di "crimine ambientale" del quale dovrebbero "essere ritenuti responsabili alcuni membri del governo". L’inquinamento riguarderebbe una vasta area comprendente non solo i litorali prossimi al centro della capitale, ma anche zone limitrofe come Shuwaikh. Purtroppo l’ecosistema marino dell’emirato è al limite del collasso anche a causa dei rifiuti petroliferi provenienti da Iraq e Iran e dal gioco delle correnti che spingono verso le rive kuwaitiane le acque reflue scaricate nello Shatt AlArab. Tentando di mantenere il controllo della situazione, le autorità del Kuwait avevano annunciato diversi interventi per affrontare l’emergenza, quali l’immissione di ossigeno in mare, l’utilizzo di una stazione provvisoria di depurazione e di grandi navi cisterna per trasferire il maleodorante carico in altri impianti. Senza contare la messa in funzione di una speciale barriera realizzata dal colosso industrialefinanziario AlKharafi e sistemata davanti al depuratore per arrestare il flusso di liquami.
Il ministro dei Lavori pubblici, Fadhel Safar, considerato tra i principali responsabili del disastro, è sotto scacco e sono ora in molti a chiedere le sue dimissioni. Vi è poi chi, come l’ex ministro dell’Informazione Saad Bin Tefla, ha paventato incidenti analoghi in altri impianti. Fonti mediche hanno anche diffuso test che rivelerebbero in alcune spiagge la presenza del batterio del colera. E’ certo comunque un primo caso d’intossicazione da mercurio che ha colpito una coppia kuwaitiana, trasferita d’urgenza in Germania.
La psicosi colera è andata così a sommarsi al panico diffuso a causa dell’influenza suina. Tutti fatti che hanno scatenato una sorta d’isteria igienista collettiva nel ricchissimo emirato (il Kuwait possiede circa il 9% delle riserve petrolifere mondiali) cronicamente però incapace di gestire adeguatamente le proprie infrastrutture. Anche se alcuni servizi medicoospedalieri sono già a discreti livelli di qualità, dopo la prima Guerra del Golfo non è più stato fatto alcun programma di risanamento ambientale e il Paese non riesce a governare i sistemi complessi. E non è un caso che uno dei settori più interessanti per le imprese straniere sia quello della formazione gestionale e tecnica. Soprattutto per le ricadute commerciali che esso comporta in altri campi.
Ma che cosa è veramente successo a Mishref? Difficile ancora stabilirlo con precisione. Sembra tuttavia che una volta acquistato e consegnato per una spesa di 124 milioni di euro (luglio 2006), l’impianto di depurazione fosse già difettoso. Per Green Line Environment Group il governo era stato informato "del progressivo deterioramento della stazione" ed era "stato avvertito di un possibile disastro" già a partire dalla fine del 2007. Fonti altrettanto ben documentate sostengono che dieci delle tredici pompe non sarebbero state in grado di funzionare perché prive di un’adeguata linea di back up. Al momento del guasto la massa di liquami e di detriti sarebbe così giunta a un livello di saturazione tale da causare l’esplosione della stazione.
L’ostinazione del Kuwait a non dotarsi di procedure ferree nella gestione delle infrastrutture sarebbe in definitiva la principale causa del disastro. Due anni fa si parlò di emergenza elettrica, e da allora il paese continua paradossalmente a importare elettricità dal Qatar. Ora è stata la volta dell’"emergenza fognaria».
Tutti incidenti che permettono alle imprese straniere di inserirsi nel business delle emergenze ambientali. A cominciare da quelle francesi, che hanno inviato gruppi di esperti per aiutare le autorità kuwaitiane a risolvere la crisi di Mishref. Un’occasione anche per le aziende italiane, che potrebbero molto ben operare e non solo nel trattamento dei rifiuti.