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INCENERIRE O RICICLARE?

domenica, 27 marzo, 2011

Continua l’offensiva di Confindustria:  questa volta a spalleggiare le bordate della Confindustria di Chieti interviene quella regionale, ma gli argomenti sono gli stessi, con in più l’accusa risibile che terremmo in ostaggio il Presidente Chiodi.

Infatti dice il presidente della Confindustria Abruzzese Mario Angelucci che “la regione Abruzzo non può più essere ostaggio di politiche ambientali confuse, spesso orientate dai Comitati del no a prescindere, prive di una vera valutazione socio ambientale,  che ostacolano possibili nuovi investimenti e penalizzano fortemente da un punto di vista competitivo il territorio e le imprese che vi operano”. Che la Regione Abruzzo abbia politiche ambientali un po’ confuse, può essere vero ma che la direzione che dovrebbe prendere sia quella auspicata dai petrolieri è alquanto discutibile!

A proposito di aziende e settori penalizzati, ecco cosa dice l’indagine di Confesercenti-Assoturismo Turismo e parchi in Abruzzo, marzo 2011 presentata alla stampa la settimana scorsa.

E prosegue Angelucci, scontento anche della mite legislazione  regionale  che tutela poco e male il nostro territorio dalle avventure petrolifere, che “andrebbe ad appesantire la legislazione energetica in vigore che già vieta, ingiustificatamente, qualsiasi iniziativa di prospezione, ricerca estrazione, coltivazione e lavorazione di idrocarburi liquidi, con enormi danni economici in termini di investimenti, occupazione e attrattività del territorio”.

E poi, udite udite :   “L’Abruzzo, infatti, non può rinunciare ad impianti ed infrastrutture ad alta tecnologia, comprese quelle relative ai termovalorizzatori,  che possono costituire opportunità di sviluppo così come del resto accade in molti Paesi europei a forte sensibilità ambientale”.

No comment!

Vi invitiamo, piuttosto, al’importante iniziativa illustrata qui sotto, dove l’esperienza ormai quinquennale del Centro riciclo di Vedelago ci mostrerà cosa si può fare invece che “termovalorizzare”, termine nobile per non dire “incenerire”

Sabato 2 aprile 2011 alle ore 17 presso il Kursaal, si terrà la conferenza-dibattito sul tema:
I RIFIUTI SONO UN A RISORSA.
LE DISCARICHE E GLI INCENERITORI NON SERVONO E FANNO MALE.

Interverranno la Dott.ssa Carla Poli, direttrice del Centro riciclo Vedelago e la Dott.ssa Patrizia Gentilini oncologa ed ematologa, esponente nazionale dell’associazione Medici per l’Ambiente
Sarà un appuntamento imperdibile.
Si parlerà di pulizia della città, di raccolta differenziata, di riutilizzo dei rifiuti trasformati in nuove materie prime.
Saranno documentati i danni alla salute e all’ambiente prodotti dagli inceneritori; verrà presentata la virtuosa attività economica del riciclo dei rifiuti.
Verrà dimostrato che è possibile avere la città pulita e la riduzione della tassa sui rifiuti, senza bisogno di discariche e inceneritori.
Contiamo sulla vostra presenza per contribuire a dare una svolta alla gestione dei rifiuti a Giulianova e in Abruzzo.
Sabato 2 aprile 2011 alle ore 17 presso il Kursaal.
Vi aspettiamo.

ANCORA SULLA LEGGE REGIONALE

sabato, 27 novembre, 2010

“PETROLIO, L’ABRUZZO GUARDI ALLA UE”

Di Salvatore: nel diritto comunitario la strada per evitare le trivelle.

Intervista di Antonio De Frenza-  “Il Centro”- 24 novembre 2010

PESCARA. La telenovela dell’Abruzzo petrolifero non si è conclusa il 2 novembre con l’approvazione della legge regionale “Tutela della costa teatina” concordata con il governo. Anzi, quella «è la legge peggiore di tutte», dice Enzo Di Salvatore, docente di diritto costituzionale all’Università di Teramo e autore di un libro prezioso: “Abruzzo color petrolio” (Edizioni Palumbi, 10 euro, prefazione di Dacia Maraini) dove si ricostruisce minuziosamente, norma dopo norma, comma dopo comma, i tentativi della Regione di salvarsi dalla petrolizzazione selvaggia. Da quella legge non c’è da attendersi nulla di buono, dice Di Salvatore, al massimo il ritiro del ricorso del Governo pendente in Corte Costituzionale sulla 32 del 2009, la norma che la legge del 2 novembre dovrebbe correggere. L’udienza in Consulta doveva esserci il 4 novembre, ma in quella sede il governo disse che avrebbe aspettato di esaminare la nuova legge regionale per decidere se andare avanti con l’impugnativa. La Consulta ha rimandato l’udienza a nuova data.

Professor Di Salvatore, perché dice che questa è la legge peggiore? Il testo è stato concordato con il governo per evitare nuove impugnative.
«E infatti qui lo Stato interviene due volte invece che una. E poi la legge sembra introdurre un divieto che non è un divieto».

La legge parla di incompatibilità delle attività petrolifere.
«L’incompatibilità è una tutela che non tutela affatto. In più la valutazione di compatibilità è rimessa a uno strumento tecnico, il “Via”, che trasmette il parere alla conferenza di servizi e poi all’intesa Stato-Regione».

E se l’intesa non si trova?
«Lo Stato può decidere unilateralmente».

Insomma niente rischio impugnative, ma anche niente tutela dal petrolio.
«Ma non è detto che se il governo non impugna la legge, questa si salva comunque dall’illegittimità. Basterebbe che una compagnia petrolifera sollevasse la questione di illegittimità davanti a un Tar che tutto verrebbe rinviato alla Consulta».

Il rischio c’è?
«Questa legge mi sembra costituzionalmente più illegittima dell’ultima, perché non dice a chiare lettere che cosa si può fare e che cosa non si può fare».

Il suo libro ha un sottotitolo molto esplicito: “Breve viaggio nel caos giuridico degli idrocarburi”. Perché parla di caos?
«Perché la materia è ancora tutta da disciplinare, a parte alcuni aspetti. Per esempio, per motivi di tempo nel libro manca il riferimento all’ultimo provvedimento del governo che si occupa di proteggere la fascia costiera dalle attività petrolifere».

Il provvedimento chiesto dalla ministra Prestigiacomo?
«Sì, quella norma fa divieto di estrazione entro le 5 miglia marine e tutela in maniera assoluta le aree protette marine e per 12 miglia l’area marina prospiciente. Il divieto riguarda solo le fasi di attività petrolifera con esclusione della lavorazione. Su questa interviene però la legge del 1991 per le aree protette. Ecco, al di là di queste due norme, il resto è tutto da disciplinare».

Per la Regione ci sono margini di manovra per evitare le trivelle?
«Ci sono, ma probabilmente in questo momento la questione non è nel pensiero del governo nazionale e del Parlamento. In più c’è la Corte Costituzionale che in alcuni pronunciamenti sulle fonti rinnovabili, penso alla legge della Regione Puglia, ha escluso che in materia di energia ci possano essere ampi margini per le Regioni. Però il diritto comunitario dà alle Regioni la possibilità di intervenire».

In che modo?
«La Ue fa salva la libera circolazione delle imprese, ma ammette una deroga per le attività che danneggiano l’ambiente».

Ma, si dice, l’energia è un tema strategico per il paese e lo Stato non vuole intromissioni.
«Il governo ha provato a utilizzare questo argomento in maniera strumentale, ma la Corte costituzionale in sentenza l’ha esclusa. Non esiste una strategia economica nazionale. Sull’energia ha competenza la Regione, lo Stato è competente sui principi».

Nel ricorso alla legge 32 il governo ha obiettato che non si possono indiscriminatamente vietare insediamenti produttivi, ma che la cosa va valutata caso per caso.
«In quel caso la Regione avrebbe potuto specificare nella legge i casi di tutela e non vietare incondizionatamente. E’ chiaro che nelle zone naturali protette è necessario un divieto assoluto, in altre zone la materia va regolamentata, richiamandosi a quello che la direttiva Ue consente».

Approvata la legge-inganno

mercoledì, 3 novembre, 2010

Abbiamo appena appreso che il Consiglio regionale  ha approvato, con i soli voti della maggioranza,  un provvedimento  che modifica la legge varata nel dicembre sulla petrolizzazione abruzzese. Chiodi e la  Giunta regionale hanno così portato a compimento, sordi ad ogni appello di collaborazione,  in perfetta solitudine la loro idea di come difendere l’Abruzzo dalle trivelle.

Nei prossimi giorni daremo i particolari di come si è svolto il dibattito ma fin da adesso possiamo prevedere che da ora in avanti ci troveremo di fronte ad una ripresa dell’iniziativa delle Compagnie Petrolifere su terraferma, che sapranno utilizzare tutte le insufficienze e la debolezze di questa nuova legge.
Inoltre, con questa legge non  si tenta nemmeno di dotarsi di qualche strumento che permetta di contrastare l’assoluta competenza dello stato sulle perforazioni in mare.

Il Consiglio Regionale su questo tema ha però votato all’unanimità un progetto di legge alle Camere, da formulare con le regioni rivierasche, che preveda il divieto di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi liquidi nel mare Adriatico. Un progetto quindi, dai tempi incerti e sicuramente non brevi, che rinvia al Parlamento ogni decisione in proposito.

Intanto, per orientarci  in tutta questa storia, dall’inizio del “Centro Oli” di Ortona fino alla legge approvata oggi , in questi giorni esce in libreria un agile e prezioso volumetto di Enzo Di Salvatore, docente di Diritto Costituzionale presso l’Università di Teramo, dal titolo significativo: “Abruzzo color petrolio. Breve viaggio nel caos giuridico degli idrocarburi”
Prefazione di Dacia Maraini

Dalla prefazione estraiamo questo breve passaggio: “ La questione del petrolio in Abruzzo è da tempo al centro del dibattito politico e istituzionale della Regione. La società civile fa quel che può. Resiste come meglio crede. Scende in piazza e per le strade. Mentre il Consiglio regionale approva le sue leggi, il Governo le impugna e la Corte costituzionale le dichiara illegittime. Molti gli interessi da tutelare: la libertà di iniziativa economica e quella di stabilimento delle compagnie petrolifere, la salute dei cittadini, l’ambiente, il paesaggio, il turismo, l’agricoltura. Molti anche gli ambiti di disciplina: il diritto costituzionale, il diritto internazionale, il diritto dell’Unione europea, il diritto statale, il diritto regionale. Eppure un’unica certezza sembrerebbe attraversare la confusione che, sovrana, regna sul problema: che il petrolio in Abruzzo non lo vuole sostanzialmente nessuno. Il libro ripercorre i passaggi più salienti di questa incredibile vicenda giuridica e, senza aver la pretesa di offrire certezze o verità, si propone di fornire qualche spunto in più alla discussione”.
Un libro onesto e generoso da raccomandare a chi non vuole chiudere gli occhi ma vuole sapere per meglio scegliere e decidere con responsabilità le sorti.

CHIODI A TESTA BASSA

mercoledì, 27 ottobre, 2010

La Commissione Ambiente della Regione vara il nuovo testo di legge Chiodi “a tutela del territorio regionale”,  peraltro concordato col Governo.
Questo nuovo testo, già duramente criticato all’atto della sua presentazione, arriverà martedì 2 novembre al Consiglio Regionale per l’approvazione.

Ancora nei giorni scorsi due nuovi appelli di  Emergenza Ambiente Abruzzo e WWF-Legambiente perché la Regione accetti finalmente il dialogo e la discussione sulla legge.

Ma, nonostante la richiesta corale che da mesi  invoca una discussione ampia e partecipata attorno ad una legge che realmente protegga il nostro territorio e il nostro mare e non si presti ad essere impugnata dal  governo , si preannuncia  una votazione a maggioranza su un testo blindato.

Testo che è un passo indietro, anche  perché nell’art. 2 riapre alla possibilità di installare raffinerie.


Perché il Presidente Chiodi, che da mesi afferma che il petrolio è incompatibile con l’economia e l’ambiente abruzzese, continua ad ignorare tutte le richieste di incontro e a calpestare gli elementari diritti di noi cittadini di decidere sul futuro della nostra regione?
Perché ignora testardamente tutte le proposte, che pure sono arrivate numerose, e fa approvare una nuova legge che permetterà lo scempio di questa regione?

Intanto le Compagnie petrolifere, immemori dei recenti disastri, ripartono all’assalto con nuovi progetti e trivellazioni off-shore sempre più audaci, nel mondo e nel Mediterraneo, come potete vedere nel Video di RAI 3.

Petrolio: consumi, riserve e… le balle di Scaroni

martedì, 8 giugno, 2010

L’amministratore delegato dell’ENI, Paolo Scaroni (leggere la biografia disponibile qui) ha recentemente rilasciato un’intervista al quotidiano spagnolo Expansion in cui afferma, tra diverse proiezioni di attività, rapporti internazionali e strategie aziendali, che nel mondo c’è ancora petrolio per i prossimi 70 anni.

Qui è disponibile la versione originale dell’articolo in lingua spagnola e qui si può trovare la versione in italiano pubblicata da Il Sole24ore.

Piuttosto che fare dichiarazioni a vanvera e parole in stile politichese e senza preciso riscontro oggettivo, scegliamo qui di commentare ogni affermazione elaborando i dati resi disponibili dal BP Statistical Review of World Energy, pubblicato nel mese di Giugno 2009. In merito alle statistiche, si tratta di una delle fonti più autorevoli e, trattandosi di una fonte ben nota nel panorama petrolifero mondiale per la sua dimensione economica e, purtroppo, anche per la triste ed attuale vicenda della marea nera nel Golfo del Messico, non si può di certo ritenere che pubblichi dati a sfavore del nostro super manager.

Affermazione: C’è molto petrolio. Per ora, il nostro pianeta ha la disponibilità di riserve chiamate sicure di oltre un migliaio di miliardo di barili.

Commento: Vero. Le riserve attuali provate indicano un valore di 1258 miliardi di barili. Sul fatto che sia “molto”, rimandiamo ai punti seguenti.

Affermazione: Queste riserve sono maggiori di tutto il greggio consumato da quando è iniziata l’era del petrolio, alla fine del XIX secolo.

Commento: Vero e Falso. L’era del petrolio è iniziata nel 1850 ed il primo pozzo redditizio è stato individuato e perforato nel 1859.

Comunque, le prime statistiche disponibili risalgono al 1965 e, da allora, sono stati consumati circa 1043 miliardi di barili. Poco meno delle riserve provate.

Affermazione: A queste riserve sicure si aggiungono quelle probabili e le possibili riserve aggiuntive.

Commento: Falso. Sul pianeta Terra, già ampiamente sfruttato, non esistono “riserve aggiuntive”. Le riserve fossili e minerarie e, in particolar modo, quelle di petrolio, sono classificate secondo lo schema UNFC in:

  • Riserve Provate, cioè individuate dalle analisi geologiche ed ingegneristiche come sfruttabili con la tecnologia ed i prezzi attuali;
  • Riserve probabili, cioè già note da analisi e perforazioni precedenti ma soggette allo sviluppo in determinate condizioni commerciali. Quindi, solo in caso di migliori condizioni di vendita e con diminuzione dei costi di produzione. Sono sfruttabili con probabilità maggiore del 50% in base alle condizioni tecniche, economiche ed operative esistenti nel momento considerato. L’incertezza può riguardare l’estensione o altre caratteristiche del giacimento, l’economicità, l’esistenza o l’adeguatezza del sistema di trasporto degli idrocarburi e/o del mercato di vendita.
  • Riserve possibili sono quelle non ancora scoperte e a cui ricorrere solo in contesti altamente speculativi per quantità e durata. E, comunque, queste avrebbero una stima di recupero di idrocarburi con un grado di probabilità del 10% rispetto al  valore stimato dell’aggregato 3P (Proved+Probable+Possible).

Dal rapporto BP si vede bene come, a livello mondiale, la stima delle riserve sia cresciuta costantemente fino al 2007 e, nel 2008, ha segnato la prima diminuzione (pari allo 0,2%) nella storia del petrolio. Inoltre, se si analizzano in particolare le riserve USA, la nazione che più di ogni altra al mondo ha estratto e consuma petrolio, si nota che dal 1985 le riserve sono in calo costante al punto tale da costituire alla fine del 2008, circa il 17% in meno delle riserve certificate al “momento del picco”.

Sarebbe troppo lungo parlare della Teoria di Hubbert, proposta dal geofisico americano Marion King Hubbert nell’ambito delle ricerche ed osservazioni nei laboratori della Shell Oil Company, ma è senz’altro utile ribadire che tale teoria è stata ampiamente confermata da tutte le osservazioni compiute a partire dal 1956. La teoria è talmente valida al punto tale che anche le compagnie petrolifere la utilizzano per determinare gli investimenti da compiere per lo sfruttamento dei giacimenti. E’ assolutamente certo che anche Scaroni conosca i risultati di tale teoria. Solo che, come ogni manager che trae profitto dall’attività petrolifera, li ignora e diffonde tranquillità sul fatto che andrà comunque tutto bene fino a quando non sarà stata estratta l’ultima goccia di petrolio.

Affermazione: In totale, possiamo contare almeno su 5000 miliardi di barili, sufficienti a soddisfare il consumo globale per i prossimi 70 anni.

Commento: Falso. Dalla teoria e dalle osservazioni suddette, si nota bene che le riserve provate sono in diminuzione e non certo in aumento. Inoltre, dato che le riserve probabili (con le implicazioni e le condizioni di cui alla loro definizione) ammonterebbero comunque ad un “misero” 340 miliardi di barili (fonte Oil & Gas Journal, Volume 102.26, July 12, 2004) è assolutamente impossibile che nei prossimi anni, si riesca a produrre circa il triplo del petrolio disponibile nelle riserve, per arrivare al conto dei 5000 miliardi barili.

In realtà, il problema è un po’ più complesso di una semplice operazione di divisione tra le riserve disponibili e il consumo medio annuo ed andrebbero considerate soprattutto le possibili implicazioni che seguiranno allo squilibrio tra la domanda di consumo e l’offerta di petrolio disponibile.

Alcuni dati sono però inconfutabili. Basta leggere il Par. 4.3 Declining World Oil Production e successivi del documento Strategic Significance of America s Oil Shale Resource Volume I Assessment of Strategic Issues per notare che le scoperte di nuovi giacimenti hanno raggiunto il loro massimo storico verso la metà degli anni 1960. Da allora sono in declino.

Inoltre, nel grafico di pagina 7, si nota bene che dal 1985 si consuma più petrolio di quanto non ne se scopra ogni anno (ulteriore conferma della diminuzione delle riserve) e si stima una produzione di petrolio pressoché nulla a partire dal 2030-2040.

Per finire, facendo il confronto tra le tabelle Oil Production e Oil Consumption del rapporto BP suddetto, si nota bene come – a partire dal 1981 – il consumo di petrolio sia stato sempre superiore alla quantità prodotta (attualmente, a livello mondiale, abbiamo un consumo di 84,4 Milioni di barili/giorno contro una produzione di 81,7). Inoltre, come riporta anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia, la produzione di petrolio diminuirà almeno del 6,7% per anno.

Le menzogne di Scaroni, così come quelle del presidente abruzzese Gianni Chiodi che avevamo denunciato in questo post, servono soltanto a fare disinformazione e a rassicurare tutti coloro che non hanno voglia o tempo di saperne di più.

Per quelli che invece sono consapevoli che non basta ignorare (o, peggio, dire che non esiste) il problema, qui c’è la lettera che l’ASPO (Associazione italiana per lo studio del picco del petrolio) ha inviato ai rappresentanti della Conferenza Stato-Regioni, ai presidenti di Provincia e di Regione per denunciare la gravità della situazione.

Fermare le piattaforme marine è possibile. In Basilicata è intervenuta la Regione. E in Abruzzo?

venerdì, 12 febbraio, 2010

Articolo del 21 gennaio 2010

Sono in molti in questi giorni a preoccuparsi della minaccia relativa al progetto Ombrina Mare. La richiesta di concessione avanzata dalla Medoil Gas è tra i progetti più devastanti dell’intera costa adriatica. Un progetto di estrazione di idrocarburi che peserà sulla Costa dei Trabocchi per i prossimi 24 anni, aggirando gli impedimenti del mancato Centro Oli di Miglianico con la desolforazione in mare. Sono pochi i giorni che mancano allo scadere dei termini di legge per presentare al Ministero dell’Ambiente le osservazioni  per ostacolarne l’autorizzazione. Cosa fa nel frattempo la Regione Abruzzo? Ha chiesto un incontro con il ministro? Ha  inviato una documentazione ufficiale al Ministero? Quali iniziative ha messo in atto o ha in animo di intraprendere per scongiurare il pericolo?
Cosa pensa di fare il Presidente Gianni Chiodi?
Queste le sue dichiarazioni del mese scorso:
17 dicembre 2009 (Il Centro)
«Finchè ci sarò io» ha garantito il presidente della Regione «non ci saranno nuove estrazioni a mare, anzi, sfido a vederci da qui a quattro anni e a verificare se davvero sarà così. Un conto sono i permessi di ricerca, un altro le estrazioni e finchè ci sarò io assicuro che non ce ne saranno di nuove».
Diciamo allora al Presidente Gianni Chiodi, che presumiamo dal suo silenzio non sia stato ancora avvertito, che quella di Ombrina Mare 2 è una richiesta di permesso per l’ ESTRAZIONE, la DESOLFORAZIONE e lo STOCCAGGIO.
Sappiamo perfettamente che le regioni non hanno competenza in merito alle piattaforme in mare ma ci aspettiamo che  Il presidente e la giunta abruzzese  utilizzino qualsiasi strumento in loro potere per esprimere una decisa contrarietà presso gli organi di governo competenti, a tutela dei cittadini abruzzesi.
Confidiamo che Il Ministero dell’Ambiente vorrà tener conto della volontà espressa dai rappresentanti più autorevoli di questa Regione, il Presidente e la sua Giunta, e rigettare così un progetto tanto scellerato.
C’è, infatti, un precedente. Qualche mese fa, e ne avevamo parlato anche noi in un post,  il Ministero dell’Ambiente ha preannunciato il suo parere negativo, in merito all’istanza di ricerca «d148 DR-Cs» presentata dalla Appennine Energy dopo che il Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata in un incontro presso il Ministero, il 4 settembre, aveva espresso la propria  assoluta contrarietà a nuovi pozzi di ricerca idrocaburi nel mar Jonio.
Noi chiediamo, pertanto, al Presidente Chiodi di dar seguito alle tante sue dichiarazioni del mese scorso e di intervenire per la prima volta concretamente. Dire no, in questo momento, darebbe un segnale forte anche a tutte le altre compagnie che si stanno lanciando in un susseguirsi di richieste di permessi di ricerca in tutta la costa abruzzese (oltre alla Medoil Gas sono particolarmente attive anche altre compagnie come la Petroceltic e la Vega Oil). Dire no significherebbe anche confermare ai cittadini la veridicità delle dichiarazioni a mezzo stampa.  Ha una grande occasione, il Presidente Chiodi, per dimostrare agli abruzzesi di rispettare gli impegni e di non fermarsi alle promesse. Non farlo significherebbe nascondere dietro il “non ci compete” un avallo all’attività dei petrolieri molto più forte e concreto dell’opposizione dichiarata ai giornalisti.
Chiudiamo l’articolo con un’estratto dai comunicati stampa della Regione Basilicata di settembre, perché sia chiaro a tutti quanto sia condivisa anche fuori dall’Abruzzo la preoccupazione per i colpi di coda di un’economia “già morta” (perché destinata ad essere superata nel giro di 2 o 3 decenni) ma purtroppo ancora tanto pericolosa
“La Regione Basilicata ha respinto, nella maniera più netta, la possibilità che nel tratto lucano del mar Jonio possano essere perforati pozzi per la ricerca di idrocarburi: un’attività di questo genere, a prescindere dalle valutazioni di carattere tecnico, sarebbe del tutto incompatibile con la qualità dei luoghi e con la fruizione di una zona in continuo sviluppo turistico. Ieri, infatti, nel corso di un incontro che si è svolto a Roma, il Ministero dell’Ambiente ha accolto le osservazioni della Regione ed ha preannunciato parere negativo al programma di ricerca denominato “d148 DR-CS” presentato dalla società Apennine Energy.
Ci sono motivazioni di carattere tecnico che non possono essere ignorate, che riguardano la distanza dalla costa della zona indicata per svolgere le attività di ricerca, nonché i problemi relativi al fenomeno dell’erosione e all’arretramento della linea di costa. E’ impensabile, in ogni caso, prevedere attività di perforazione in un’area caratterizzata dalla presenza di insediamenti, infrastrutture e attività di preminente interesse per lo sviluppo turistico. Di fronte a rischi concreti, la Regione sosterrà ogni sforzo per continuare a difendere e preservare un patrimonio fondamentali per lo sviluppo della Basilicata(Fonti:www.regioni.it; regione Basilicata)
Ecco copia del fax inviato fax Regione Abruzzo, Appello per Ombrina Mare 2. Confidiamo in un rapido riscontro.