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Scaroni, l’ENI e certe indimenticabili lezioni di vita

mercoledì, 10 marzo, 2010

Nell’edizione di Siracusa de “La Sicilia” dell’08 marzo c’è un articolo dal titolo “ENI spenderà altri 545 milioni” che ci ha subito incuriosito. Nel testo si riporta che il sindaco di Melilli sostiene che la crisi occupazionale verrebbe superata dalla realizzazione dei progetti inseriti nell’accordo di programma per la chimica e da quelli inseriti nell’accordo di programma per le bonifiche. Il giornalista riporta con minuzia di dettagli che Scaroni, da parte sua, nel corso di un’audizione della commissione parlamentare rifiuti ha confermato l’impegno di Eni per l’ambiente, testuali parole:Siamo i primi al mondo tra le compagnie petrolifere e per noi l’ambiente è un tema di grande importanza”. In Sicilia, ha raccontato Scaroni sono stati già investiti 615 milioni di euro e ci sono ancora 545 milioni da investire per interventi programmati. Occorre però, secondo Scaroni, mettere fine alla sindrome di Nimby. “La sindrome di Nimby esiste in ogni paese, ma in Italia non abbiamo ancora imparato a gestirla. Lo sforzo lo dobbiamo fare insieme e deve essere quello di far comprendere ai nostri concittadini che le infrastrutture industriali sono realizzate per il bene di tutti. E’ compito innanzitutto della politica superare gli interessi particolari e locali e fare in modo che anche in tema di ambiente siano assunte le decisioni necessarie per il paese e le future generazioni”.

Dopo queste belle, profonde e commoventi parole, potremmo tutti noi abruzzesi sentirci un po’ in colpa per la nostra sindrome di Nimby, per non volere velenose piattaforme e centri oli in casa, se non fosse che…

…  Milano Finanza del 26 febbraio scorso riporta la notizia  che un tribunale kazako  ha sanzionato il consorzio
internazionale guidato da Eni e Bg Group per lo sfruttamento del giacimento Karachaganak per la somma di 21 milioni di dollari, cifra pari all’ammontare dei danni ambientali causati nel 2008

Leggiamo oggi la notizia, sul blog della professoressa D’Orsogna, che negli USA l’Eni è stata condannata a pagare 254 milioni di dollari per la corruzione del governo nigeriano

Sempre di Eni si parla in un altro giornale di provincia, il piccolo di Trieste dell’08 marzo, ma per discutere questa volta della vergogna mondiale dell’Eni in Congo, come abbiamo fatto anche noi qualche tempo fa

Questa breve ed incompleta sintesi, per dire al signor Scaroni che il suo modello di sviluppo non lo vogliamo né nel nostro giardino né in quello degli altri e che è sempre più chiaro a tutti che l’unico sviluppo che l’Eni riconosce e a cui aspira è quello del proprio profitto, in totale disprezzo dell’ambiente. I buoni consigli elargiti nell’articolo citato in apertura del post, in occasione della partecipazione alla commissione rifiuti, sono nauseanti e difficili da smaltire proprio come certi rifiuti…

Buone notizie, per chiudere, dal fronte Europa… e non vorremmo, ma si chiama in causa anche qua l’Eni.

La Corte Europea di Giustizia, in una sentenza (C-380/08 C-379-08 e la C-378-08.) emessa ieri in Lussemburgo, chiarisce che gli operatori del polo petrolchimico di Augusta-Priolo-Melilli, in Sicilia, possono essere considerati responsabili dell’inquinamento dei suoli e della Rada di Augusta anche se non hanno commesso illeciti. Affinché ci sia responsabilità civile  è sufficiente che le autorità competenti dispongano di “indizi plausibili” che consentono di presumere un nesso di casualità fra le attività degli operatori e l’inquinamento. “Indizi plausibili” secondo la Corte sono, ad esempio, la vicinanza degli impianti alla zona inquinata e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i componenti impiegati dagli operatori nelle loro attività.

La Corte di giustizia Ue era stata chiamata in causa dal Tar della Sicilia che attendeva il pronunciamento europeo per esprimersi a sua volta sui ricorsi presentati da Erg, Eni,  Polimeri Europa, Syndial (queste ultime consociate ENI) che non volevano pagare per riparare al danno ambientale prodotto dal petrolchimico. La Corte di giustizia ha inoltre stabilito che le autorità nazionali possono subordinare il diritto degli operatori ad utilizzare i loro terreni al fatto che realizzino i lavori di riparazione ambientale imposti.

Il messaggio è chiaro: Fuori dal mercato chi inquina!